Vanna Licheri e gli altri sequestrati di serie B: 31 anime dimenticate e avvolte nel mistero

L’imprenditrice di Abbasanta scomparve nel maggio del 1995 e non tornò mai a casa. Come lei sono 31 i sequestrati di cui non si è saputo più nulla. Ecco le loro storie.

Un sequestro anomalo, come venne considerato in un primo momento. Prima di tutto perché la famiglia di Vanna Licheri non era particolarmente benestante. La donna, 68 anni, gestiva un’azienda di allevamento in cui si recava ogni mattina per dare una mano nella mungitura delle pecore e nella lavorazione del formaggio. Il marito, Gino Leone, era un ex dipendente dell’Ersat in pensione. Quattro figli. Una famiglia normale o poco più. Ma erano giorni terribili per la Sardegna, in balìa dei sequestri. Nelle mani dell’Anonima c’era già da diversi mesi l’imprenditore Giuseppe Vinci e qualche giorno dopo il sequestro di Vanna Licheri i banditi portarono via Ferruccio Checchi. L’unica che non tornò mai a casa fu però proprio la donna di Abbasanta. Morì durante la prigionia e il suo corpo non venne mai ritrovato.

Era il 14 maggio del 1995. L’azienda di Vanna Licheri si trovava qualche chilometro fuori da Abbasanta. La donna arrivò la mattina presto, come di consueto, parcheggiò l’auto e scese, ma subito dopo venne immobilizzata dai banditi che già avevano legato il servo pastore, Giovanni Dessì, un giovane di 25 anni.

L’ostaggio venne caricato su una Lancia Thema, nascosta vicino all’azienda. Poi la fuga fino a Ottana dove i malviventi (almeno 4) entrarono in un ovile, malmenarono di botte il pastore e gli rubarono una Fiat Ritmo con la quale proseguirono la fuga facendo rapidamente perdere le proprie tracce.

Nel frattempo il giovane servo pastore era riuscito a liberarsi e a  dare l’allarme. In quei terribili, infiniti mesi, più volte i quattro figli della donna si dichiararono disponibili a pagare il riscatto, ma la legge non glielo permise. I beni erano congelati. La sola possibilità fu sperare che la macchina della Giustizia non si ingolfasse e riportasse a casa la loro madre e che i suoi carcerieri ne avessero pietà. Speranza che si rivelerà vana. Vanna Licheri è probabilmente morta nell’ottobre 1995 quando cessarono i contatti fra rapitori e familiari. Non si sa se uccisa o lasciata morire.

Per quel sequestro, sino al 2016, in carcere c’erano due persone: Giovanni Gaddone, di Loculi, e Pietro Paolo Melis, di Mamoiada, condannati entrambi a 30 anni di reclusione in due distinti processi. Ma Pietro Paolo Melis, in cella da 18 anni, è dal 2016 un uomo libero. Per la giustizia italiana non ha commesso il fatto.

Nel 2017 si è riaperto anche il processo per l’allevatore di Loculi Giovanni Gaddone, già in carcere da venti anni.

Mentre il vero mandante del sequestro di Vanna Licheri resta al momento sconosciuto.

La prima donna ad essere sequestrata fu una bambina, rapita da alcuni fuorilegge nel 1933. Maria Molotzu, 7 anni, figlia del podestà di Bono, venne uccisa dai banditi e il suo corpicino fu murato all’interno di una recinzione. Per arrivare a episodi così efferati bisognerà però risalire al sequestro di Gina Manconi, l’anziana farmacista nuorese rapita negli anni ’80 e mai più liberata.

Dal 1960 ad oggi, sono 31 gli ostaggi che non sono mai tornati a casa. Oggi vogliamo ricordare in modo particolare quelli originari della provincia di Cagliari.

Come Gianni Picciau, concessionario Mercedes ucciso davanti alla sua villa, a Cagliari, durante un tentativo di rapimento nel 1967.

Antonio Mannatzu, concessionario di auto e perito agrario, 42 anni, venne rapito nella sua tenuta San Giuseppe a Cagliari, tra il quartiere del Cep e Pirri. L’uomo aveva da poco avuto un infarto e la moglie che temeva per la sua salute fece un accorato appello ai banditi, ma nonostante questo Mannatzu sparì nel nulla.

Anche Puccio Carta, studente diciottenne sequestrato nel 1974 non è mai più tornato a casa. Era il figlio di Vincenzo Carta, fondatore del Consorzio industriale di Oristano e già presidente di Alisarda. All’inizio i banditi chiesero un miliardo di lire, poi scesero a 450 milioni. Ottennero 88 milioni ma questo non bastò a riportare il ragazzo a casa.

Gianni Murru, perito minerario di Iglesias, fu sequestrato nel 1976 nella zona mineraria di “Muscadroxiu” a Silanus e non è mai stato liberato.

E ancora Giancarlo Bussi, ingegnere della Ferrari a Maranello. Fu sequestrato dai banditi il 4 ottobre del 1978 nei pressi del Nuraghe Giardone a Villasimius. Per la sua liberazione fu pagato un riscatto di 70 milioni di lire ma nonostante questo l’uomo non tornò mai a casa.

Stessa sorte per Benigno Brai, imprenditore agricolo di Carbonia, rapito nel 1979 e per Giuseppe Putzu, imprenditore di Villaputzu sequestrato nel 1995 e sparito nel nulla.

Tante croci, tante tombe ancora vuote e tante famiglie che da anni  aspettano giustizia.

 

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