Suicidio assistito, Marco Cappato si autodenuncia dopo la morte dell’82enne in Svizzera

Da Eluana a dj Fabo, tutti i casi che hanno scritto la storia del fine vita in Italia, dove il diritto è ancora negato

L’ha accompagnato in Svizzera, l’ha aiutato a morire a 82 anni stremato da una forma di parkinson atipica e devastante, e poi si è autodenunciato, perché in Italia decidere di porre fine alla propria vita, o aiutare qualcuno a farlo, è illegale. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, ancora una volta si è fatto carico di aiutare a realizzare l’ultimo desiderio di chi soffriva troppo atrocemente per desiderare di vivere ancora.

Una storia, quella del fine vita, che in Italia è costellata da storie e nomi che resteranno nella storia. Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, Dj Fabo: tre nomi, tre storie, tre persone simbolo che hanno scritto la storia del fine vita. Per molti porre un punto d’arrivo alla propria vita, ha comportato ricorrere alla giustizia, per vedersi riconosciuto il diritto a dire: ‘Basta’, quando la sofferenza – non solo fisica – è diventata insopportabile.

Pioniere della battaglia per il diritto all’eutanasia, attivista, giornalista, politico e pittore romano e co-presidente dell’associazione Luca Coscioni. Nel 2006, affetto da distrofia muscolare, chiese che fossero interrotte le cure che lo tenevano in vita, suscitando in Italia un acceso dibattito. Militante del Partito Radicale, Welby si appellò anche all’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma respinse la richiesta dei legali del 61enne di porre fine all’accanimento terapeutico, dichiarandola inammissibile. Si affaccia così, nel dibattito, l’assenza del vuoto normativo sul tema. La stessa sera, dopo aver salutato la moglie Mina, i parenti e gli amici riuniti al suo capezzale, tra i quali anche Marco Pannella e Marco Cappato, a Welby fu staccato il respiratore. Il medico anestesista che gli somministrò i sedativi fu accusato di ‘omicidio del consenziente’, ma poi prosciolto.

Un caso di cui si è parlato per mesi quello di Dj Fabo, reso paraplegico e cieco da un incidente d’auto, morto il 27 febbraio del 2017, attraverso il suicidio assistito, in una clinica in Svizzera, dopo era già legale. Il 40enne chiese aiuto a Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, che lo accompagnò per sottoporsi alla procedura di morte volontaria. Tornato in Italia, Cappato si autodenunciò e fu iscritto nel registro degli indagati per il reato di aiuto al suicidio, assolto nel 2019 perché il fatto non sussiste. Con la sentenza 242 del 2019, conosciuta come sentenza dj Fabo/Cappato, la Corte Costituzionale ha sancito in parte l’illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale così da escludere la punibilità per chi agevoli il proposito di suicidio autonomamente.

Fu accusato di aver ‘ucciso’ la moglie alla quale staccò la spina del respiratore, tenendo lontani gli operatori sanitari sotto minaccia di una pistola, Ezio Forzatti, assolto in appello dopo la condanna a 6 anni in primo grado. E poi Fabio Ridolfi, Federico Carboni, Antonio La Forgia, ex presidente dell’Emilia Romagna, tutti accomunati dal desiderio di liberarsi da sofferenze insopportabili. Come voleva fare Beppino con la sua adorata Eluana.