“Ragazze, credete in voi stesse e arriverete ovunque”: è di Cagliari la giovane scienziata dell’anno

Intervista a Francesca Dordei, 34 anni: folgorata da Margherita Hack in terza media, sostenuta a osare e sperimentare dalla mamma sarda e dal papà friulano, ha coronato il sogno di tornare nella sua Sardegna dopo tanti anni all’estero. “Bisogna aiutare le ragazze ad avere più autostima, perché a parità di conoscenze il maschio tende a farsi valere di più. E laddove non arriva la famiglia, è la società che deve intervenire”.

La folgorazione, in terza media. Grazie a un regalo, un libro che l’ha fatta appassionare a Margherita Hack. Poi, la raccolta settimanale, in edicola, dell’Enciclopedia dell’universo. E la veglia alle stelle durante i campi scout, nell’eterno tentativo di spiegarne gli affascinanti misteri. In costante sottofondo, il sostegno della famiglia dove il mix genetico sardo-friulano le ha garantito determinazione, forza di volontà e orgoglio. Sua mamma Anna le ha insegnato sin da piccolissima a credere in se stessa e nelle sue capacità, perché – era il suo mantra – non c’è niente che una donna non possa fare rispetto a un uomo. Suo padre Paolo l’ha sempre incoraggiata a tentare strade inesplorate. E così Francesca Dordei, 34enne cagliaritana, laureata in Fisica nucleare e premiata a Cagliari con il Premio Donna Scienza come giovane scienziata donna dell’anno, è cresciuta a pane e parità, di diritti e ambizioni, sempre incoraggiata a inseguire i suoi sogni e a raggiungere qualunque traguardo sognasse. Forte di quegli insegnamenti, si è brillantemente laureata in Fisica nucleare e subnucleare. Territorio appannaggio maschile, appunto, dove lei ha sbaragliato ogni concorrenza, prima all’estero e poi in Italia.

Francesca, come è nata la sua passione per la fisica?

A 13 anni mi sono innamorata dell’astrofisica grazie alla Hack, donna libera e irriverente, sagace, scaltra, che ha fatto nascere in me il desiderio, che da quel momento in poi ho alimentato in tutti i modi, di spiegare i misteri dell’universo e delle stelle. Ho fatto il liceo classico, sempre però con il pallino delle stelle e dell’universo. Mi sono iscritta a Fisica e, dopo una visita al Cern, ho capito che quello era quello a cui volevo dare risposta, la fisica delle particelle.

E, da lì, non si è più fermata.

Dopo la laurea magistrale, sono stata per 5 anni ad Heidelberg, ero l’unica dottoranda donna su 20 studenti da tutto il mondo. Lì mi ha seguito una donna, con metodi – diciamo – tedeschi. Decisamente più rigidi che in Italia ma molto efficaci, mi sono dovuta scontrare con questa differenza culturale e ho imparato davvero tanto. Dopo la Germania, 3 anni al Cern di Ginevra: se studi quel tipo di Fisica, quello è il posto pazzesco.

Poi, la possibilità di tornare in Sardegna.

Era il mio sogno, dopo tanti all’estero. Nel 2017 è stato bandito un concorso nazionale all’Istituto nazionale di Fisica nucleare, dopo 18 anni dall’assunzione dell’ultimo ricercatore. Per me era un sogno. Ho deciso di partecipare, ma senza aspettative perché c’erano precari di lungo corso che da anni attendevano di essere assunti. E invece, con mia grande sorpresa, dopo due prove scritte e una orale, ho vinto il concorso e ho scelto come sede Cagliari.

La sua carriera ha un obiettivo preciso: promuovere e sostenere la causa della parità di genere anche nell’accesso a materie da sempre territorio maschile.

Esatto, è una cosa a cui tengo molto. Come la scienza, appunto. Partendo dal linguaggio, che non è un dettaglio. Perché, se una bambina sin da piccola è abituata a sentir declinare alcune professioni solo al maschile, crescerà nella convinzione che sia realmente così, che quelle professioni siano destinate solo ed esclusivamente agli uomini. E bisogna abbattere stereotipi subdoli che tolgono autorevolezza alle donne, per esempio quando si parla di regina del laboratorio o mamma di una qualche scoperta. C’è tanta strada da fare, ma sono fiduciosa, anche se di sicuro servono politiche attive in questa direzione per evitare che la parità venga raggiunta fra cento anni.

E all’Università, a proposito di parità e pari opportunità, secondo lei che aria si respira?

Se si guarda alle carriere dei docenti c’è tantissima disparità. Per gli studenti le cose stanno lentamente cambiando, almeno il 30% di chi si iscrive alle facoltà scientifiche è donna. E con i colleghi di studio è andato sempre tutto bene, non hanno mai rimarcato alcuna differenza. Uno di loro è diventato mio marito.

 

La Giornata internazionale delle donne per la Scienza è la cartina al tornasole del crescente interesse delle ragazze per questo campo.

Le cose secondo me stanno cambiando, ogni anno tante ragazze vengono in cittadella per scoprire percorsi scientifici. Spero che nelle nuove generazioni si stia maturando questa consapevolezza, e cioè che non ci sono differenze e che non esistono lavori da uomini e lavori da donne. Bisogna aiutare le ragazze ad avere più autostima, perché a parità di conoscenze il maschio tende a farsi valere di più. E laddove non arriva la famiglia, è la società che deve intervenire. Alle ragazze bisogna affidare modelli raggiungibili, non modelli troppo elevati che finiscono per schiacciarti. Non bisogna essere geniali per farsi valere: ci sono scienziate normali, che hanno fatto carriere brillanti e questo è il messaggio che voglio veicolare attraverso ilPremio Donna Scienza.

 

Francesca, ci racconti i suoi sogni.

Il sogno professionale è quello di riuscire a sviluppare un progetto tutto mio. Quello personale, che ci siano sempre più ragazze in ogni campo professionale e parità sociale. Se avrò figli, leggerò loro“Storie della buonanotte per bambine ribelli”, la raccolta delle biografie di donne rimaste nella storia, che hanno studiato e si sono fatte valere, dando un contributo straordinario alla crescita della società. E glielo leggerò che siano maschi o femmine.


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