Inchiesta Open, indagati in 11: ci sono anche Matteo Renzi e i suoi fedelissimi Boschi e Lotti

Finanziamento illecito ai partiti, corruzione, riciclaggio, traffico di influenze le accuse dei pubblici ministeri in chiusura delle indagini. Open, considerata la cassaforte economica e dunque di voti del renzismo, raccolse finanziamenti per due campagne per le primarie del Pd (2012 e 2013), la seconda delle quali portò all’elezione a segretario di Matteo Renzi, e anche per la campagna elettorale per il referendum costituzionale del 2016

Finanziamento illecito ai partiti, corruzione, riciclaggio, traffico di influenze. Sono queste le accuse che i pubblici ministeri titolari dell’inchiesta muovono a Matteo Renzi e i suoi fedelissimi del cosiddetto Giglio Magico, Maria Elena Boschi, Luca Lotti, l’ex presidente della fondazione Open Alberto Bianchi e l’imprenditore Marco Carrai. L’inchiesta su Open, fondazione creata anche per finanziare le convention annuali della Leopolda ideate da Renzi fin dal 2010, venne alla luce nel settembre del 2019, quando la procura delegò alla guardia di finanza decine di perquisizioni ai finanziatori della stessa Open in 11 città. All’avvocato Bianchi, che ne era il presidente, era stata sequestrata la lista dei finanziatori, molti dei quali poi risultati estranei all’inchiesta. Oltre alle spese per le convention della Leopolda, Open – considerata ‘la cassaforte del renzismo’ – raccolse finanziamenti per due campagne per le primarie del Pd (2012 e 2013), la seconda delle quali portò all’elezione a segretario di Matteo Renzi, ed anche per la campagna elettorale per il referendum costituzionale del 2016. Agli indagati Bianchi, Carrai, Lotti e Boschi, in quanto membri del consiglio direttivo di Open, e ad anche a Renzi è contestato il reato di finanziamento illecito continuato “perché in concorso tra loro, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso”, utilizzavano la fondazione come “articolazione politico-organizzativa del Partito democratico (corrente renziana)”, ricevendo “in violazione della normativa contributi di denaro che i finanziatori consegnavano alla fondazione Open“, per un totale di circa 3,5 milioni di euro tra il 2014 e il 2018. Nell’avviso di conclusione delle indagini, i pm scrivono che Renzi avrebbe agito come direttore ‘di fatto’ della stessa fondazione. “Finalmente arriva il momento in cui si passa dalla fogna giustizialista alla civiltà del dibattimento. E lì contano i fatti e il diritto. Alla fine di questa scandalosa storia emergerà la verità: non c’è nessun finanziamento illecito ai partiti perché tutto è bonificato e tracciato”, ha dichiarato Renzi che promette di chiedere giustizia nelle aule della giustizia e che ha ora 20 giorni per chiedere di essere interrogato. L’udienza per un eventuale rinvio a giudizio è attesa per la primavera del 2022. Per quanto riguarda il filone dell’inchiesta relativo all’ipotesi di reato di corruzione, secondo la procura di Firenze Luca Lotti si sarebbe adoperato affinché in parlamento venissero approvate disposizioni normative favorevoli al concessionario autostradale Toto Costruzioni spa. Per i pm Lotti, all’epoca dei fatti sottosegretario alla presidenza del consiglio e segretario del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), avrebbe ottenuto in cambio finanziamenti per la fondazione.