Cagliari, trovata morta a 16 anni in fondo a un canyon a Tuvixeddu: “Manuela Murgia è stata uccisa”

La giovane scompare il 4 febbraio 1995 da via Barigadu, il giorno dopo la tragica scoperta tra via Is Maglias e via Castelli. Dopo 29 anni i parenti, documenti alla mano, chiedono che sia appurata la verità: “Suicidio o caduta casuale da 30 metri? No, sul suo corpo segni di percosse e violenze. Qualcuno ha simulato maldestramente un gesto estremo, 3 team differenti di medici e criminologi confermano l’omicidio”


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I maxi striscioni appesi da qualche giorno sulle recinzioni in metallo, semi arrugginite, che oggi impediscono l’accesso all’ex cementificio interno di Tuvixeddu li hanno notati in tanti. Sfondo bianco, scritte in rosso: “Manuela non si è uccisa, è stata assassinata”, “giustizia per Manu”. E da poco meno di un mese esiste anche una pagina Fb dal titolo sin troppo chiaro: “Giustizia per Manuela Murgia”. A gestirla sono i parenti più stretti (il fratello e le due sorelle) di una sedicenne trovata morta a Cagliari il 5 febbraio del 1995, ventinove anni fa esatti, in fondo a uno dei canyon, tra le rocce della necropoli punica. L’autopsia, all’epoca, non aveva definito se si fosse trattato di una disgrazia, di un suicidio o di un omicidio. La giovane era sicuramente precipitata da un’altezza superiore ai trenta metri. Il corpo era stato poi restituito ai genitori della giovane, residente in via Barigadu, per il funerale, ed è calato un silenzio su una vicenda che adesso, a 336 mesi di distanza, potrebbe tornare di attualità. “Manuela non sarebbe dovuta uscire quella mattina, non era solita uscire senza avvisare i genitori. Quella mattina, Manuela, dopo una chiamata esce di casa, per non farne più ritorno, viene vista salire in auto. Purtroppo, il suo corpo viene ritrovato senza vita il 5 febbraio, nel canyon di Tuvixeddu. Non era un luogo che Manuela conosceva, non poteva assolutamente essere un luogo conosciuto da una ragazzina di 16 anni che non usciva da casa e che frequentava solo i dintorni del quartiere”, si legge in uno dei tanti post scritti dalla famiglia. Che racconta di essere riuscita ad entrare in possesso delle carte dell’autopsia e delle indagini, dopo averle chieste, invano, per tantissimo tempo.
Su Facebook sono postate alcune foto, una è del collo della sedicenne: “Manuela non si è gettata nel vuoto, sui suoi poveri resti vi erano evidenti segni di percosse e violenze brutali, i segni lasciati sul collo ne sono la prova”. Si tratterebbe di “segni causati da una manovra meccanica atta a far perdere i sensi alla povera Manuela. Il suo corpo è pieno di segni e graffi non riconducibili alla caduta. Lo certificano le perizie effettuate dai nostri periti di parte. È ora di smettere di insinuare che si possa essere tolta la vita o sia caduta da oltre trenta metri. Vi è stata una brutale aggressione fisica, dopo di che si è simulato maldestramente il suicidio”. Il fratello, le due sorelle e la madre di Manuela Murgia non credono al suicidio o alla disgrazia, e lo fanno capire chiaramente. Manuela, sia ventinove anni fa sia oggi, viene descritta da tutti quelli che la conoscevano come “una ragazza tranquilla”. All’epoca i poliziotti e gli investigatori ascoltarono tante persone, incluso l’ex fidanzato dell’epoca, di otto anni più grande, senza che però emergesse nessun elemento utile che potesse scalfire la pista del suicidio o, in alternativa, della caduta accidentale. Ci sono foto dei vestiti che la 16enne indossava al momento della morte: i parenti fanno notare che la cintura sembra essere tagliata di netto e l’assenza di fango o sporcizia su parte delle scarpe indossate dalla giovane. Sulla piattaforma Gofoundme viene specificato che “solo dopo 28 anni siamo riusciti ad entrare in possesso dei fascicoli delle indagini e autopsia, sottoposte a tre team differenti di medici criminologi che hanno confermato l’omicidio. Chiediamo un piccolo aiuto per affrontare le spese legali, mediche e la riesumazione del cadavere per dare finalmente giustizia al nostro piccolo angelo”.


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