Zero ricette e certificati e ambulatori chiusi per 2 giorni, scioperano i medici: “In Sardegna liste d’attesa da terzo mondo”

I medici di base: “La Regione ci ignora e scioperiamo per una serie di motivi. Il primo è lo smantellamento del servizio sanitario pubblico che ormai ha liste d’attesa vergognose. Spesso a forza di attendere si finisce in pronto soccorso già al collasso. O chi può paga di tasca sua, e non è giusto perché le tasse le paghiamo tutti”


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È del 70% l’adesione dei medici di base della Sardegna allo sciopero di due giorni indetto  al Sindacato dei medici italiani. Una mobilitazione per “migliorare le condizioni di lavoro dei medici, adeguare le loro retribuzioni e bloccare i tentativi di smantellamento del servizio sanitario regionale pubblico”, ha precisato Luciano Congiu, segretario regionale del sindacato dei camici bianchi. Disagi, ovviamente, per chi aspettava ricette o una semplice visita, si sono registrati in tutta l’Isola. “I giorni 25 e 26 ottobre l’attività di ambulatorio, ricettazione e certificazione verrà sospesa”, ha scritto Gianfranco Steri in una lettera ai pazienti pubblicata su Facebook. “Verranno garantite solo le urgenze come da leggi vigenti. La regione sarda non ha ratificato nessun accordo per le visita dovute in sciopero, ma le urgenze agli oncologici le garantirò quando e se possibile, per coscienza mia, altrimenti rivolgetevi al 118 senza perdere tempo. Non verranno prese in considerazione né le mail né le richieste telefoniche, né le buste. Questo perché scioperiamo per una serie di motivi. Primo: contro lo smantellamento del servizio sanitario pubblico che ormai ha liste d’attesa vergognose anche per un paese di terzo mondo. Spesso a forza di attendere si finisce in pronto soccorso già al collasso. O chi può paga di tasca sua, e non è giusto perché le tasse le paghiamo tutti, anche nei paesini più piccoli e isolati”, ricorda Steri. “Contro la burocrazia che a tutti i livelli, ma specialmente nel caso del medico di famiglia assorbe una bella percentuale di tempo, tempo rubato alle visite e all’attività clinica, come avrete avuto modo di constatare di persona quando rinnovo panni o devo rifare impegnative “ scadute” o cambiare priorità ingiustamente solo perché lo ha detto l’operatore del Cup, facendo slittare le visite di chi ne ha veramente bisogno entro i dieci giorni. Per non parlare delle visite di controllo e mancanza di impegnative o certificati di malattia che devono essere rilasciate dallo specialista o alla dimissione”.

 

 

A dare manforte anche la Rete sarda per la difesa della sanità pubblica, guidata dall’ex consigliera regionale e medico Claudia Zuncheddu: “La carenza dei medici di famiglia non si risolve portando il limite degli assistiti da 1500 a 1800, né con le case di comunità, con la minaccia di chiusura delle guardie mediche e ancor meno lasciando spazio ad ambulatori di quartiere privati. La prima emergenza è la carenza di personale sanitario, eppure nulla si fa per formare nuovi medici e per prevenire la fuga, dal sistema sanitario pubblico e spesso dalla Sardegna, di quelli già formati. Il sovraccarico di burocrazia, le condizioni di lavoro disumane, il mancato adeguamento degli stipendi rispetto all’Europa e alle altre regioni d’Italia, nonché la mancanza di agevolazioni che consentano l’accesso nelle sedi carenti più disagiate, fanno sì che i pochi medici formati seguano altri percorsi. Per l’inadempienza della politica, in materia sanitaria, intere comunità sono in stato di abbandono. La riorganizzazione della medicina territoriale”, afferma la Zuncheddu, “ha un ruolo centrale nell’ambito della riprogrammazione del sistema sanitario pubblico. Ma se non si affronta il problema della carenza di personale sanitario e della sua valorizzazione in termini economici e di salvaguardia della dignità professionale, non ci sarà soluzione. Il medico di medicina generale per il sovraccarico di lavoro, necessita di spazi e tempi per ulteriori competenze assistenziali. Necessita di figure professionali preparate a coadiuvare e portare avanti aspetti burocratici, organizzativi e assistenziali che fanno parte della complessità del lavoro”.


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