La coscienza del mondo in “ValleHHermosa” di Guglielmo Maccioni

Presentato alla MEM l’esordio letterario di Guglielmo Maccioni. Edito da L’Erudita di Roma, è un romanzo affascinante ispirato alla vicenda di Vikor Schwabich, nipote di un soldato della Wehrmacht morto in Sardegna nel 1943. Qualche anno fa, l’autore ne aveva ripercorso in bicicletta il viaggio da Amburgo a Vallermosa. Di Giulio Neri


Di Giulio Neri

Lo sguardo di Guglielmo Maccioni, architetto quarantacinquenne, è di quelli affinati dalla lontananza. Sardo, di Vallermosa, si è trasferito a Firenze quasi trent’anni fa, ma l’orizzonte della sua cultura poliedrica, di studioso e viaggiatore, resta il paese d’origine, con la purezza della lingua, i cibi succulenti della terra, i materiali stessi di cui è impastato questo radicamento. È un’identità profonda, che tuttavia si esercita nell’apertura, e che riverbera sulla pagina conferendo a “ValleHHermosa”, romanzo d’esordio di Maccioni, l’ampiezza umanistica e senza frontiere di un’epopea sui generis. I suoi personaggi, gli Schwabich, appartengono a una famiglia che passa attraverso lo scempio di due guerre mondiali, che sopporta il senso di colpa nazionale, e che trova proprio in Sardegna la definitiva riconciliazione con la Storia.

Questo travaglio, risucchiato dal vortice antisemita del nazismo, ricorda una nota di Borges in “Deutsches requiem”: «Altri popoli vivono con innocenza, in sé e per sé, come i minerali e le meteore; la Germania è lo specchio universale che li accoglie tutti, la coscienza del mondo». L’emblema di una simile comprensione è il protagonista Viktor, che a metà degli Anni Settanta, da Amburgo, affronta il lunghissimo viaggio per visitare il luogo in cui nel 1943 era morto suo zio Peter, soldato della Wehrmacht: l’aeroporto militare di Trunconi, presidio tedesco durante il secondo conflitto, si trovava – infatti – in un’area oggi conosciuta come S’acqua cotta.

In questa parte dell’opera, Maccioni ci restituisce un sud dell’Isola proiettato al sogno industriale, con l’abbandono delle campagne e, al contempo, la strenua sopravvivenza di rituali arcaici. Una transizione che si rifletteva (anche) nella presenza di una comunità hippy a Vallermosa, e nei nuovi abitati che si alternavano a quelli storici di fango e paglia, ormai fatiscenti. È una generosità narrativa che registra avvisaglie e sintomi di omologazione già all’indomani del Sessantotto: dagli argomenti inflazionati della lotta di classe alle chimere della rivoluzione; dall’avanzata della beat generation alla musica rock imperversante sulle rive dell’Elba come in pieno Campidano.

Maccioni non indulge in un regionalismo avulso e nostalgico; la Sardegna che racconta è mediterranea, europea. E lo stesso può dirsi di Amburgo, il Nord crocevia di mercantili e pescherecci. Il suo scrupolo descrittivo permette di entrare nei luoghi sulla scorta di uno stile largo, fluido, che accompagna senza pedanterie, che lascia in sospeso invitando di continuo a proseguire la lettura, fino all’ultima pagina, in un appassionante ingranaggio di segreti famigliari e rivelazioni. Ed è una suggestione in più sapere che “ValleHHermosa” trae spunto da un fatto realmente accaduto, e riferito all’autore da sua nonna, Raimonda Bandinu, quella Tzia Mundicca scomparsa di recente, a centosei anni, ma che in tanti, tantissimi, continueranno a ricordare.