Una vita al minimo: l’Uomo dimissionario e la nostalgia della passione

Nella seconda prova letteraria di Matteo Fais (“Storia minima”, Robin Edizioni), il disastro post-laurea: zero lavoro, solitudine, pornomania e idee suicide. Una materia in cui l’autore sviluppa il suo istrionico nichilismo con un’alternanza di dramma e comicità grottesca.  

Di Giulio Neri

 

È emblematico che il secondo romanzo di Matteo Fais, “Storia minima”, cominci proprio da una laurea non festeggiata. Il traguardo raggiunto, che dovrebbe segnare un punto di partenza, in troppi casi diventa epilogo: l’io narrante ci beve sopra, da solo, in un locale che lo subissa di frivolezze e imbecillità. Lui, anonimo della post-storia, è un tipo alla Schopenhauer, ma più discreto e accondiscendente, mai litigioso, con una sfumata vocazione al masochismo. Soccombe a una natura tetra che lo porta a defilarsi e a giudicare, ma non risparmia nemmeno sé stesso. In parte si rimprovera una scarsa adattabilità ai tempi, anche se non può nascondere la generale ripugnanza per il prossimo: gli altri si confondono in una massa superficiale, illetterata e conformista.

Questo antieroe sapeva già cosa lo avrebbe atteso dopo la laurea: lo spalancamento di un orizzonte poverissimo, tra occasioni sociali che si diradano, invio a tappeto di curricoli e pessimismo alla deriva (con una famiglia che lo mantiene e osserva da lontano). La mancanza di progetti è sintomo di un Futuro che appare buio, senza appigli, e che innesca una presa di coscienza impietosa, anzitutto sull’inutilità della cultura e sui forzosi dettami della produttività.

In primo piano, una generazione di trentenni allo sbando e un campo d’azione devitalizzato, privo di riferimenti ideali, che alterna impieghi mortificanti e sciapo divertimento notturno. Il paradosso: manca una guerra, una Resistenza, una Rivoluzione armata; una Lotta che imponga di schierarsi. In questa Pace asservita a consumi e pose narcisistiche l’esistenza svela la propria insensatezza, e il protagonista non sembra avere la forza per costruirsi dei significati: la stessa consapevolezza di cui potrebbe fregiarsi risulta essere un handicap, giacché il Nostro capta l’insofferenza, l’angoscia e la noia che – a turno – suscita nei suoi interlocutori. C’è l’inerzia di una sconfitta epocale che gli impedisce di credere e sperare. Il tentativo di riscatto passa, talvolta, attraverso gli sfoghi accidentali di una carnalità vorace, là dove la chimera della Donna, con il retaggio di ciò che è più gioiosamente umano, si ridimensiona nell’accontentamento, in una sorta di premio di consolazione con timer annesso. Gli incontri via chat sono un’opzione, ma non si va quasi mai oltre i piaceri di una serata. E l’ultima spiaggia, il Romanzo, si arena in una quotidianità deprimente, frammentaria e ripetitiva, che non può certo essere di ispirazione: la vita è una “storia minima” che non val la pena di mettere (anche) nero su bianco.

E sarebbe così se a scriverla non fosse, appunto, Matteo Fais, deciso a giocare con questa materia luttuosa, a smontarne i seriosi allestimenti, gli schemi morali: tra digressioni filosofiche e trivialità disinvolte la sua opera è il requiem di un’Italia fallita. È come imbattersi in un boia che sfodera aneddoti di esecuzioni e riesce a far sorridere persino il condannato in attesa.