Teatro dell’Elfo, “Morte di un Commesso Viaggiatore” di Arthur Miller

CAGLIARI/ Teatro Massimo – 22>26 aprile 2015

Ecco le date:

mercoledì 22 aprile – ore 20.30 – turno A
giovedì 23 aprile – ore 16.30 – turno P
giovedì 23 aprile – ore 20.30 – turno B
venerdì 24 aprile – ore 20.30 – turno C
sabato 25 aprile – ore 20.30 – turno D
domenica 26 aprile – ore 19.00 – turno E

 

OLTRE LA SCENA/ gli attori raccontano: venerdì 24 aprile alle 17.30 al Cinema Odissea di Cagliari, il regista Elio De Capitani e la compagnia del Teatro dell’Elfo incontrano il pubblico – coordina il giornalista e critico de Il Manifesto Gianfranco Capitta – ingresso libero

 

SCHERMI e SIPARI/ La Grande Prosa al Cinema Odissea: domenica 26 aprile alle 11 al Cinema Odissea di Cagliari il film “Morte di un commesso viaggiatore” di Volker Schlöndorff, con Dustin Hoffman

 

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Dramma moderno – tra i capolavori del teatro del Novecento – “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, nella mise en scène suggestiva e onirica del Teatro dell’Elfo, suggellerà la stagione 2014-15 de La Grande Prosa al Teatro Massimo firmata CeDAC: il sipario sulla privata tragedia di Willy Loman, specchio del fallimento del grande sogno americano, si aprirà mercoledì 22 aprile alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari. La pièce costruita intorno alla figura emblematica di un venditore, vittima del mito del successo e ormai incapace di accettare la realtà, al punto da reinventarla e travestirla con pietose bugie cui egli è il primo, e forse l’unico, a credere, sarà in cartellone nel capoluogo fino a domenica 26 aprile (tutti i giorni da mercoledì a sabato alle 20.30 – Turni A, B, C, D; la domenica alle 19 – Turno E; e giovedì anche la recita pomeridiana alle 16.30 per il Turno P).

La crudeltà della vita, il meccanismo fatale che segna la vittoria del più forte e travolge inesorabilmente i deboli, lasciandoli ai margini della società, induce Loman a rifugiarsi tra i ricordi e le fantasticherie, nella sua mente si intrecciano passato e presente, le sue conquiste professionali e le glorie sportive del figlio – che ha però rinunciato agli studi, sconvolto dalla scoperta dell’infedeltà del padre – finché il riaffiorare di una lucida consapevolezza lo spinge verso un’estrema catarsi. Nel cast – accanto a Elio De Capitani (sua anche la regia) nel ruolo del protagonista – Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Federico Vanni, Andrea Germani, Gabriele Calindri, Alice Redini, Vincenzo Zampa, Marta Pizzigallo; scene e costumi sono di Carlo Sala; il disegno luci di Michele Ceglia, il suono di Giuseppe Marzoli.

Focus sulla famiglia – fulcro degli affetti, punto di riferimento, ma anche luogo delle speranze e delle disillusioni: Willy proietta sui figli la sua ansia di riscatto, il suo bisogno di primeggiare nel perenne, e ingenuo antagonismo verso il vicino di casa, e il mondo intero; la moglie, comprensiva, cerca di difenderlo, in primis da se stesso, e dispiega il suo istinto materno sui figli, e soprattutto sul marito; infine i figli, ribelli ma non troppo, sembrano destinati a scontare le colpe paterne.

 

Oltre la Scena/ gli attori raccontano: l’attore e regista Elio De Capitani e la compagnia del Teatro dell’Elfo incontreranno il pubblico venerdì 24 aprile alle 17.30 al Cinema Odissea di Cagliari – coordinerà il giornalista e critico de Il Manifesto Gianfranco Capitta (ingresso libero)

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SCHERMI E SIPARI/ La Grande Prosa al Cinema Odissea: domenica 26 aprile alle 11 al Cinema Odissea di Cagliari si proietta il film “Morte di un commesso viaggiatore” di Volker Schlöndorff, con Dustin Hoffman nel ruolo del protagonista (e un giovanissimo John Malkovich)

 

 

 

COMUNICATO del 20.04.2015

Ritratto amaro e profetico della civiltà americana a metà Novecento, “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, in cartellone da mercoledì 22 aprile alle 20.30 fino a domenica 26 aprile al Teatro Massimo di Cagliari (tutti i giorni da mercoledì a sabato alle 20.30 – Turni A, B, C, D; la domenica alle 19 – Turno E; e giovedì anche la recita pomeridiana alle 16.30 per il Turno P) per la stagione di prosa del CeDAC, all’insegna di un emblematico “Giù la Maschera!”, mette a nudo paure e insicurezze, fragilità e dubbi celati dietro l’ambiguo mito del successo.

Cala il sipario su “La Grande Prosa al Teatro Massimo” 2014-15 con la fortunata pièce (vincitrice del Premio Pulitzer per il teatro nel 1949 e, nello stesso anno, del Tony Award e del New York Drama Critics’ Circle Award per il miglior dramma) che racconta, in bilico fra realtà e invenzione, fra memoria e sogno, la vita complicata di un venditore, propugnatore del verbo consumistico fin nelle più remote plaghe del continente, e della sua famiglia, in un’ingannevole parvenza di felicità.

La mise en scène del Teatro dell’Elfo (con la splendida traduzione di Masolino D’Amico) per la regia di Elio De Capitani, anche protagonista sulla scena nel ruolo dell’ineffabile Willy Loman, commesso viaggiatore in declino, e sull’orlo della disperazione, marito fedifrago e padre distante, incapace di accettare e tanto meno ammettere la verità – rivela tutta l’attualità di un testo in cui il dilemma tra essere e apparire si trasforma nell’arte di “vendersi” al meglio, al miglior offerente.

Nel cast, accanto a una convincente Cristina Crippa che presta volto e voce alla moglie (fin troppo) comprensiva e materna, di Willy, Angelo Di Genio e Marco Bonadei (Biff e Happy, i due figli, vera, e perduta speranza di riscatto); e Federico Vanni (Charlie, il vicino-rivale), Andrea Germani, Gabriele Calindri (Ben, il fratello di Willy, che ha fatto fortuna lontano), e ancora Alice Redini, Vincenzo Zampa, Marta Pizzigallo. Sullo sfondo della scenografia “espressionista” di Carlo Sala (che firma anche i costumi, mentre il disegno luci è di Michele Ceglia e il suono è curato da Giuseppe Marzoli) rivive la tragedia privata di un uomo comune, vittima del miraggio e delle ingannevoli promesse del “sogno americano”, che nella terra delle opportunità rende(rebbe) possibile un’elevazione della propria condizione sociale attraverso il duro lavoro il coraggio e la determinazione, senza i limiti importi dalle tradizionali divisioni di classe – e dai pregiudizi di casta – del vecchio continente.

Il potere di plasmare il proprio destino non cancella però, anzi paradossalmente enfatizza le differenze, e quella libertà di farsi artefici del proprio futuro non prescinde dal caso e dalla sorte e spesso neppure dall’ambiente: in quella selezione darwiniana, la lotta per la sopravvivenza si fa dura e solo i più forti, perfino meglio dei più bravi, e in compagnia dei più fortunati, riescono a non farsi trascinare via dalla corrente. La decisione e la costanza sono fondamentali, ma non sufficienti: le contingenze, nella fattispecie la crisi economica, l’avanzare dell’età e il farsi avanti di venditori più agguerriti, mietono le loro vittime. Quella posizione conquistata con sacrifici e rinunce dal bravo venditore e dalla sua famiglia, rappresentata dal mutuo della casa, e dai mobili e dagli elettrodomestici acquistati a rate, ambiti status-symbol della middle-class, si rivela quanto mai precaria: sulla soglia dei sessant’anni, dopo un’esistenza trascorsa tra piacevoli illusioni, Willy Loman è costretto a fare i conti con i propri limiti, a misurare il proprio fallimento.

Tra millanterie e piccole e grandi bugie, il “commesso viaggiatore” ha consolidato ai propri stessi occhi l’immagine di sé come uomo di successo, grande venditore e ammaliatore di clienti, fin nel cuore della più profonda provincia, ma nella patria del business la bravura, e perfino il valore, si misurano dai profitti; se quelli inesorabilmente, per quel signore di mezza età dal fascino un po’ appannato, per effetto della qualità scarsa della merce o di semplice saturazione del mercato, o di una difficile situazione generale, si riducono o vengono a mancare, è la fine.

La caduta è vertiginosa e, in quella civiltà senza welfare e senza tutele per gli ultimi, del tutto “senza rete” (nell’America di ieri, e sempre più nell’Italia di oggi, la vita ha il fascino crudele del circo, dove per acrobati e trapezisti un semplice errore può essere fatale): Willy Loman è costretto a lavorare – senza poter ricorrere a valido sistema di previdenza sociale – fino all’ultimo respiro, accettando condizioni sempre più difficili e per lui umilianti, quasi insostenibili. La verità su quel fallimento annunciato, la fase discendente di una parabola esistenziale che ha conosciuto, accanto ai momenti bui, attimi di luminoso splendore, non può essere rivelata: il castello di carte edificato sull’apparenza, sui successi, i traguardi raggiunti sul lavoro, e rafforzato dai lusinghieri risultati sportivi dei figli come emblema di una presunta superiorità (quasi sul modello di eccellenza del καλὸς καὶ ἀγαθός, il “bello e buono” dell’antica Grecia) crollerebbe miseramente, senza lasciare traccia, trasformando questo moderno antieroe nella parodia di se stesso.

 

 

Quel sogno avvelenato di un benessere – sostanzialmente economico – e di un successo facilmente raggiungibile grazie all’impegno e alle qualità personali, cui Loman ha dedicato la sua esistenza, va in mille pezzi quando le ferree regole del mercato gli si ritorcono contro, e i vincenti di ieri diventano i perdenti di oggi e di domani. Il protagonista si aggrappa a quell’iconografia ormai sbiadita di businessman, attraverso la quale ha cercato di rappresentare un modello da seguire per i suoi figli, e di offrire loro un esempio di realizzazione personale in un mondo che confonde etica ed estetica, dove l’astuzia vale più dell’onestà, e il risultato giustifica i mezzi, e perfino l’inganno. Quella proiezione di sé, quel riflesso illusorio sullo schermo della fantasia, è ciò che più somiglia a quel avrebbe voluto essere: il bravo marito e il buon padre di famiglia.

La realtà è ben diversa, egli in cuor suo lo sa bene, anche se si rifiuta di ammetterlo e preferisce davanti all’evidenza un’ennesima via di fuga, una forma di sacrificio e forse di riscatto dalla “colpa” del fallimento: al crollo delle illusioni, e la caduta delle maschere, corrisponde un vuoto che Loman non sa o non vuole riempire; per lui è ormai troppo tardi. La storia della sua vita è – alla luce della ragione, e di quella solitudine in cui si è come imprigionato, con i suoi inconfessabili segreti – una summa di insuccessi: la sicurezza economica e l’ascesa sociale son rimaste un miraggio; la fulgida carriera di Biff, sull’onda delle vittorie sportive, si è interrotta quando il ragazzo ha rinunciato agli studi dopo la scoperta del tradimento del padre; l’altro figlio, Happy, si accontenta di facili guadagni, mezzucci e effimeri piaceri. Il contrasto con Charlie, l’amico-nemico, si fa più acerbo e doloroso: il di lui figlio, il disprezzato “secchione”, è ora un avvocato di successo e i tentativi del vicino di casa che gli offre un lavoro e si rassegna a “prestargli” i soldi per tenere in piedi la sua finzione, accentuano il senso di umiliazione e sconfitta del commesso viaggiatore. La mite rassegnazione della moglie, il vero fulcro della famiglia, la sua generosità e la comprensione quasi “materna” per i suoi sotterfugi ed errori non bastano a cancellare l’amarezza, anzi passano quasi inosservati, sottotraccia, in una visione sostanzialmente “maschilista”.

 

 

Imperdibile e imprescindibile classico del Novecento, la “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller – nella felice edizione del Teatro dell’Elfo, valsa a Elio de Capitani il duplice riconoscimento del Premio Hystrio 2014 all’interpretazione e del Premio Internazionale Ennio Flaiano 2014 per la regia – nel fotografare la fine del “sogno americano” racconta la società contemporanea, con l’emergere di un nuovo proletariato intellettuale, di categorie di lavoratori non tutelati, di giovani senza futuro.

Il capitalismo e il liberalismo sfrenato, le “leggi del mercato” che da indici matematici e fenomeni in gran parte (im)prevedibili si trasformano in misteriosi diktat politici, mentre i privilegi di una ristretta élite formano uno stridente contrasto contro l’avanzare della povertà, sono la manifestazione più eclatante del declino di una civiltà, con il venir meno dei principi di equità e uguaglianza e l’affermarsi del potere del più forte, in una nuova, inquietante oligarchia.

Dopo la celebre edizione di Elia Kazan con la straordinaria interpretazione di Lee J. Cobb, le versioni italiane della “Morte di un commesso viaggiatore” hanno visto protagonisti eccellenti, da Paolo Stoppa a Tino Buazzelli, Enrico Maria Salerno e Umberto Orsini. Un ruolo arduo, ma intrigante, quello di Willy Loman, al limite fra la tragedia e la farsa, la vita e il sogno, un personaggio ricco di sfaccettature e contraddizioni, un “eroe” in negativo, un “perdente” della vita, un’incarnazione di dolorosa, profonda umanità.

La prima versione cinematografica della pièce di Miller è datata 1951, per la regia di László Benedek (cinque nominations agli Oscar; quattro Golden Globe – per la regia, miglior attore drammatico a Fredric March, miglior attore esordiente a Kevin McCarthy, per la fotografia a Franz Planer; due nominations al BAFTA 1953; la Coppa Volpi a Venezia nel 1952 a Fredric March come migliore attore); nel 1985 Volker Schlöndorff ha girato il film tv con Dustin Hoffman nel ruolo del Willy Loman (Golden Globe e Emmy Award come miglior attore protagonista) e un giovanissimo John Malkovich ( Emmy Award come miglior attore non protagonista).

INCONTRO CON GLI ARTISTI: Per la rassegna Oltre la Scena/ gli attori raccontano l’attore e regista Elio De Capitani e la compagnia del Teatro dell’Elfo incontreranno il pubblico venerdì 24 aprile alle 17.30 al Cinema Odissea di viale Trieste 84 a Cagliari – coordinerà il giornalista e critico de Il Manifesto Gianfranco Capitta (ingresso libero)

FRA TEATRO E CINEMA: Per il ciclo di visioni “Schermi e Sipari/ La Grande Prosa al Cinema Odissea” domenica 26 aprile alle 11 al Cinema Odissea di Cagliari si proietterà il film “Morte di un commesso viaggiatore” di Volker Schlöndorff, con Dustin Hoffman nel ruolo del protagonista (con Kate Reid e un giovanissimo John Malkovich).