Sestu, l’odissea di una famiglia: “Chiusi in casa da 3 settimane senza l’esito dei tamponi”

“Prigionieri” tra quattro mura dopo febbre e dolori. Due 65enni e la loro figlia sono disperati: “Tante email mandate e tante telefonate fatte, nessuna risposta: siamo imprigionati, non sappiamo più a chi urlare la nostra rabbia”

Tamponi eseguiti ma esiti “fantasma”, nel mezzo febbre e dolori e un’attesa che, giorno dopo giorno, sta diventando sempre più snervate. Arriva da Sestu uno degli ultimi casi di “ritardi” nell’esito dei test per il Covid-19. Protagonisti, loro malgrado, due sessantacinquenni, Giovanni Foddis e Anna Maria Piga, e la loro figlia, Veronica Foddis. La giovane, 25 anni, ha inviato due email ad altrettanti indirizzi dell’Ats, senza però ricevere mai risposta. La prima il 29 ottobre scorso, oggetto “esito tampone non ricevuto”, la seconda oggi, praticamente identica: “Vi sto contattando telefonicamente da più di 12 giorni, non ho ancora ricevuto l’esito del tampone, insieme a me ci sono anche mio padre Foddis Giovanni e mia madre Piga Anna Maria. Siamo a casa ormai da tre settimane, vorremo fare il secondo tampone”. Anche se, quello del primo, non si conosce. La famiglia è disperata e, attraverso una lettera spedita alla nostra redazione, lancia un ennesimo sos. Eccola, di seguito.

“Ormai non so più a chi urlare la mia rabbia. Dal 14 ottobre non ho fatto altro che telefonare a mille numeri per rintracciare l’Ats, l’USCA, l’igiene pubblica, il tribunale del malato e tutti i collegamenti possibili con il sistema sanitario nazionale. Nessuno sembra esistere, perché nessuno mai risponde! Un’attesa di sette giorni per un tampone, altri undici per sapere un esito di cui sono a conoscenza solo perché è stato comunicato per telefono ma non risulta nemmeno caricato nel fascicolo sanitario personale. Lo so, siamo in tanti in questa situazione incredibile. Ma questo non dà meno peso alla storia e ne configura un pericolo minore nelle conseguenze. Ho 25 anni, vivo con i miei genitori e lavoro da qualche anno nel mio comune di residenza. Mia madre, da anni, è un assistente domiciliare. Si è sempre presa cura degli anziani da quando aveva la mia età. Il 10 ottobre la signora che accudiva comincia ad avere diversi malori, ma nessuno pensa al Covid-19. Tuttavia mia madre in quei giorni rimane per precauzione a casa e io con lei, per tutelare i miei colleghi e gli utenti di cui mi occupo, poiché anch’io sono impegnata in ambito sociale.  Mercoledì 14 ottobre mia madre ha cominciato a lamentare dolori alle ossa e ad avere una temperatura corporea di 37,5. Inizialmente sembrava sufficiente il paracetamolo, poi con il passare delle ore il malessere diventava sempre più grave. Dopo due giorni di peggioramenti evidenti, anch’io ho cominciato ad avere i suoi stessi sintomi, accompagnati da disturbi intestinali rilevanti che non mi permettevano di assistere mia madre in modo efficace. Come se non bastasse, dopo neanche 24 ore anche mio padre ha avuto le stesse problematiche. Eravamo in tre e nessuno di noi aveva la forza di assistere l’altro. Io e mio padre dopo due giorni abbiamo cominciato a stare un po’ meglio, ma per mia madre non è stato così: la febbre ha continuato a persistere e provocandole una debolezza incontrollabile. Non riusciva a parlare, a muoversi e nemmeno a mangiare. Nessuno rispondeva mai al telefono. Solo il medico di base di tanto in tanto rispondeva, esageratamente oberato da chi, come noi, aveva lo stesso problema. Con l’aiuto dei miei familiari siamo riusciti ad ottenere, dopo circa una settimana di attesa, il prelievo a domicilio per il tampone. Era il 20 ottobre. Quando tutto sembrava ormai sotto controllo, in realtà è stato l’inizio di un percorso tortuoso. Infatti gli esiti dei tamponi non sono mai arrivati e mia madre ha continuato a peggiorare. Presa dalla disperazione ho chiesto nuovamente aiuto ai miei familiari, i quali si sono a loro volta rivolti, impotenti e attoniti, a infermieri e medici di loro conoscenza che, con costante amorevolezza si sono impegnati a suggerire una terapia efficace per la sua guarigione. Sono trascorsi ormai undici giorni dall’esecuzione del tampone e non abbiamo ancora avuto nessun esito ufficiale, nessuna chiamata dall’Ats, nessun nuovo prelievo del secondo tampone e nessun tipo di assistenza sanitaria! Per fortuna mia madre si sta riprendendo, anche se molto lentamente. Sono all’erta su tutto perché ho capito che non ci possiamo permettere alcun rischio di ricaduta per confermare la situazione di abbandono. Siamo imprigionati nelle nostre case e possiamo contare solo sulle nostre forze e in quelle di chi riesce a distanza a fornirci un minimo di supporto”.


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