Sdr, con “Totu sa beridadi” Mario Trudu racconta se stesso

 E i suoi 35 anni di detenzione

“In questo libro racconto una parte della mia vita e ho voluto mettere in evidenza la parte più tragica, i soprusi che ho dovuto subire a causa di leggi ingiuste o meglio di chi le applica. Nel primo periodo di carcerazione ero furioso contro il mio accusatore, ma col passare del tempo ho saputo molte cose e in parte ho capito, anche se non giustificato ciò che ha fatto”. Sono alcune delle “Riflessioni finali” redatte da Mario Trudu nel volume “Totu sa beridadi – Tutta la verità”, pubblicato nella collana “Le strade bianche di Stampa Alternativa” in cui ricostruisce la propria vita da giovane pastore ogliastrino fino alle vicende giudiziarie che lo vedono in carcere da ormai 35 anni. Condannato la prima volta per il sequestro dell’ing. Giancarlo Bussi, del quale da sempre si dichiara innocente, si è riconosciuto responsabile del sequestro di Eugenio Gazzotti conclusosi tragicamente.

“Un racconto – sottolinea Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, che negli ultimi anni ha sostenuto la richiesta dell’ergastolano di poter far ritorno in Sardegna per continuare a scontare la pena vicino ai suoi parenti – che offre numerosi spunti di riflessione. E’ un documento diretto sul clima culturale in Sardegna alla fine degli anni Settanta quando il sequestro di persona a scopo estorsivo era una drammatica realtà così come la pratica della carcerazione preventiva e del confino. Testimonia però anche le condizioni di vita dentro strutture penitenziarie come Buoncammino e l’Asinara nonché il regime del 41bis”.

“Trudu – osserva Caligaris – più che narrare rivive gli episodi più drammatici e porta il lettore a condividere stati emotivi, paesaggi, silenzi. Le parole, spesso in arzanese, aiutano a comprendere in modo diretto quali sentimenti animassero i giovani che vivevano nell’entroterra sardo. Documenta però con forza e determinazione le ingiustizie subite nelle diverse strutture penitenziarie in cui è stato ristretto”.

“Chi è colpevole – scrive Trudu – è giusto che paghi. Per quanto mi riguarda subisco un’ingiustizia in più. Dal 1986, grazie alla legge Gozzini chi aveva tenuto un comportamento regolare in carcere e scontato un quarto di pena (gli ergastolani dopo dieci anni) poteva uscire in permesso. Ma nel 1992 nacque l’emergenza mafia e tutti noi che eravamo nei termini di poter usufruire dei benefici fummo bloccati. Non solo. Nel mio caso ci fu anche un ritardo nel completamento della relazione del gruppo di osservazione con la conseguenza che per 20 anni non ho usufruito dei benefici di legge”.

“Mario Trudu – conclude la presidente di SDR – si è macchiato di un reato odioso ma dopo 35 anni di carcere non solo è cambiato ma ha acquisito almeno il diritto a tornare in Sardegna. Lo stabiliscono le norme, lo suggerisce il buon senso. Lo Stato non può usare la vendetta con chi ha sbagliato”.