Sardegna: l’utopia di un’Isola rossa nel Mediterraneo

Con il nuovo romanzo “Lotta amata”, edito da Condaghes, Emanuele Cioglia firma un affettuoso omaggio a suo zio Carlo, il noto anarchico cagliaritano scomparso cinque anni fa. Tra dramma storico e caricatura, il libro racconta di un progetto rivoluzionario nella Cagliari degli Anni di Piombo

Di Giulio Neri

 

Della Lotta armata cagliaritana si ricordano anzitutto due episodi: la sassaiola di Sant’Elia, nel Settanta, per contestare Paolo VI in visita nel Capoluogo; e la sparatoria di dieci anni dopo in Piazza Matteotti, con la rocambolesca fuga dei brigatisti romani Antonio Savasta e Emilia Libera. In entrambi i casi, da una parte agenti della polizia; dall’altra – comprimario o protagonista – Carlo Cioglia: con gli amici anarchici prima, con i brigatisti continentali dopo.

“Lotta amata” è in primis la rielaborazione romanzesca di quest’ultimo fatto, incentrandosi sull’eventualità di una collaborazione eversiva che avrebbe segnato l’ingresso di Barbagia rossa sulla scena terroristica nazionale. Nel romanzo la figura di Carlo Cioglia, una specie di intermediario-Caronte, è affidata al personaggio di Geremia, filosofo bislacco di una libertà che accumula Ichnusa, mozziconi di sigaretta e schedine del Totocalcio.

Per chi lo ha conosciuto – e sono tanti a Cagliari – è facilissimo vederlo muoversi fra i capitoli di questo libro, lasciare il bar, chiedere in prestito l’appartamento in cui il fratello era prossimo a trasferirsi con la famiglia e metterci dentro i fuggiaschi romani braccati dalla polizia. La temerarietà nell’offrire loro protezione e scorta negli spostamenti, gli escamotages da latitante, ma anche il vago dilettantismo rispetto alla militarizzazione dei gruppi organizzati (con il mito degli Indiani precursori dei movimenti anti-Nato), umanizza la leggenda dell’ideologo stratega, ci restituisce uno scanzonato vagabondo della Rivoluzione.

Uno come tanti, all’epoca, in bilico fra nobili ideali e fatalismo sanguinario; uno che aveva dei rimpianti – magari – e una certa nostalgia per ciò che non era stato nella sua vita, tra i suoi affetti. Il teatro di questa vicenda è una Cagliari che non esiste più, povera e fatiscente, ancora cosparsa di macerie postbelliche, ma che rivive nelle pagine sdrammatizzanti di Emanuele Cioglia insieme ai luoghi di un’intensa memoria collettiva: il vecchio Orto botanico, Stampace o i Casotti del Poetto.

Su tutto, lo sguardo di un personaggio-testimone: il nipote Ernesto, che Geremia chiama Brombus (“brombolo”), ma che a quarant’anni da quella storiaccia ha dedicato allo zio un libro che lo perdona, che lo riabilita, e che cerca e trova i sentimenti dove un tempo, troppo spesso, ci scappava il morto.