Sanità in codice rosso a Cagliari: “Dimessa con elettrodi e aghi nel corpo”, “Niente risonanza, mio marito ha rischiato la vita”

Pazienti “cacciati” dai pronto soccorso o che scoprono, dopo mesi, che un dolore al collo era provocato da vertebre fratturate mai notate dai dottori. Succede al Santissima Trinità e al Brotzu. Roberta Stazzu: “Lasciata al freddo nel piazzale esterno, mi ha salvata mia figlia arrivata dopo un’ora”. Fidelma Zuncheddu: “Risonanza fatta solo dopo due mesi, mio marito Fabrizio urlava dal dolore ma non l’hanno mai controllato a dovere. Un neurochirurgo gli ha detto che è un miracolato”


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Non ci sono solo i casi di pochi infermieri e Oss che si trovano a doversi barcamenare con interventi chirurgici urgenti, al Brotzu, nonostante non abbiano le sufficienti competenze, come denunciato dalla Uil e riportato in un articolo del nostro giornale. Se gli ospedali sardi sono in codice rosso è anche perchè, a quanto pare, regnano disorganizzazione e confusione. Magari non sempre, ma le testimonianze di situazioni da terzo mondo continuano ad arrivare, a getto continuo alla nostra redazione. Racconti certificati, supportati da documenti clinici e da email spedite ai vari uffici per le relazioni con il pubblico, non fantasie. Persone comuni che si sono trovate, loro malgrado, a fare i conti con una sanità sgangherata. Come nel caso di Roberta Stazzu, 57enne di Quartu: “Il 12 ottobre sono arrivata con l’ambulanza in codice giallo al Santissima Trinità, sono stata ricoverata e visitata per crisi elettrolitiche che mi provocano crisi comiziali. Niente da dire sull’operato degli operatori del pronto soccorso, sia medici sia infermieri”, e già così sarebbe un mezzo miracolo, visti i fiumi di lamentele quasi giornaliere.  “Sono tutti molto attenti e premurosi, hanno eseguito tutti gli accertamenti dovuti. L’unico neo è stato al momento della dimissione, avvenuta il 13 ottobre dopo le 22, quando il medico di turno ha deciso di dimettermi, interrompendo la terapia con flebo a cui ero sottoposta e non capendo che non sapevo come tornare a casa, visto che l’ora era tarda. Abito a Quartu Sant’Elena ed ero vestita così come quando sono salita sull’ambulanza. Non avevo denaro”, racconta la donna, “e mi sono trovata in difficoltà. Il dottore mi ha letteralmente aggredito verbalmente, buttata fuori con ancora gli elettrodi e l’agocannula inseriti. Mi sono ritrovata all’esterno del pronto soccorso sola, al freddo, e ho avuto solo un po’ di conforto dai ragazzi delle varie autoambulanze che sostavano per il triage. A malincuore ho dovuto disturbare mia figlia per farmi venire a prendere. Fortunatamente, dopo varie insistenze, un’operatrice mi ha consegnato il foglio di dimissione che il dottore non mi aveva fornito, oltre a togliermi gli elettrodi e l’agocannula. Vi sembra normale tutto questo?”. La domanda finale, come il resto del racconto, è contenuto in una email inviata all’Urp dell’Ats Sardegna. La risposta la attende sia la 57enne sia la nostra redazione.
Non è andata per niente meglio a Fabrizio Zuncheddu, 54 anni, dipendente di una grossa e nota azienda che si occupa di pasta e pane a Quartu. A raccontare il suo calvario è la moglie Fidelma: “Il 23 luglio l’ho portato al Santissima Trinità per dei forti dolori al collo. Dopo 5 ore di attesa è stato visitato e dimesso. Gli hanno fatto una visita generale e una radiografia alla colonna cervicale”. Il responso è: “Cervicalgia accentuata dopo un trattamento presso un osteopata”. A Zuncheddu gli viene prescritta una terapia da seguire a casa. Ma i dolori non passano, a Brotzu nuovo pronto soccorso, quello del Brotzu: “Dopo due giorni viene è stato dimesso col collare e poi ha avuto un’ischemia cerebrale. Ricoverato nuovamente all’ospedale, solo allora, a settembre, dopo due mesi, abbiamo potuto avere la certezza di fare una risonanza magnetica, prima non c’erano spazi nemmeno in privato. E solo allora hanno scoperto una frattura della prima vertebra e la lussazione della seconda. Il neurochirurgo che l’ha visitato una settimana fa ha detto che è stato miracolato, rischiava di morire o di restare paralizzato. È osceno che, da luglio a settembre, non ci sia stato un solo medico o uno specialista disponibile a effettuare una risonanza”. Fabrizio Zuncheddu, dopo l’ultimo ricovero di dodici giorni, è a casa: “Ha placche e viti nel collo, speriamo che prima o poi gliele possano levare e che possa riprendere a fare la vita di tutti i giorni”.


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