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Pietre, Incubazione e Acqua: così guarivano gli Antichi Sardi

di Redazione Cagliari Online
27 Giugno 2017
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di Carlo Carta

 

Col sonno e soprattutto coi sogni guarivano gli antichi Sardi! Se ne è parlato la settimana scorsa ad Isili nel corso di un importante Convegno organizzato dall’archeoastronomo Mauro Peppino Zedda. Ai lavori hanno partecipato numerosi studiosi come il linguista Massimo Pittau, il magnifico rettore emerito dell’Università di Sassari Attilio Mastino, il filosofo Giorgio Baglivi, il medico agopuntore Riccardo Laria, l’antropologa e psicologa Tania Re. Tutti interessanti gli interventi a partire dal dibattito, nato subito dopo i saluti portati dal neosindaco Luca Pilia, e abilmente coordinato da Paolo Littarru e Fabrizio Sarigu.  Prima e durante la Civiltà dei Nuraghi non esistevano molti sistemi di cura, almeno come oggi li intendiamo noi. Tuttavia i Sardi riuscivano a curarsi semplicemente con l’acqua e soprattutto con il sonno. All’alba dei Nuraghi l’antica “religione della pietra” ebbe un sussulto e la ritroviamo così associata a diversi riti, come ad esempio quello detto de “l’incubazione”. Questa cerimonia consisteva nel dormire nelle vicinanze di un santuario in attesa di qualche sogno rivelatore, un sonno a scopo terapeutico. Il rito della incubazione, molto simile a quello oracolare, in epoca remota era molto diffuso ed alcuni santuari, famosi in tutto il Mediterraneo. Gli antichi credevano molto ai sogni, per cui si aveva quasi la necessità di farseli spiegare dai sacerdoti o dalle sacerdotesse esistenti nei villaggi.   

Del rito della incubazione nella Sardegna nuragica ne parla Aristotele, il quale dà la notizia dell’usanza dei Sardi di “dormire presso gli eroi”. Un commentatore di Aristotele, un certo Giovanni Filipono, ci ha tramandato la notizia che in Sardegna il sonno incubatorio presso gli eroi durava cinque giorni di seguito.  Era un sonno terapeutico utilizzato per curare le malattie. Si racconta che essendo malati, si accostassero alla tomba degli eroi e li vi dormissero a lungo. Ed una volta svegliati ritenevano che quello fosse il momento in cui si erano avvicinati, come se il tempo non fosse mai passato. Questo del “sonno degli eroi” era un rito praticato da sempre, presumibilmente ancora prima dai protosardi, i cosiddetti “sardi coppelliti”. Non a caso, in prossimità di numerosi santuari religiosi cristiani (che per sincretismo religioso hanno sostituito molti luoghi e templi nei quali venivano celebrati culti pagani) esistono ancora oggi le “cumbessías”. Non sfugge in questo caso l’origine latina del nome, incubare, cumbere “giacere, coricarsi, dormire”. E forse anche i Giganti di Montiprama non erano altro che la riproduzione artistica del sonno degli antichi Eroi.  E’ molto probabile che cumbessía significasse anche “dormitorio per la incubazione”, e che questo rito fosse terapeutico, come lo è del resto il sonno naturale. I luoghi scelti per ubicare questi siti erano luoghi dove le emanazioni magnetiche naturali, raggiungevano livelli altissimi, tali da attraversare con effetti benefici anche il corpo umano. Oggi si parla tanto di magnetoterapia con effetti positivi e rigeneratrici per le cellule del nostro organismo o della capacità veramente straordinaria nell’interagire con il tessuto osseo in caso di frattura come potente antinfiammatorio. Scopriamo e ci meravigliamo ora che i nostri avi già la praticavano durante l’epopea dei Nuraghi.  E forse anche prima del sorgere di questa civiltà, sempre vicino a Cabras, in località “Cuccuru is arrius”, la tomba n°387 insieme al corredo funerario di una giovane donna, ha restituito una serie di punte di zagaglia, quasi cinquanta.  Si trattava di una parrucchiera o di una praticante l’agopuntura. Vi sono tuttavia delle correlazioni tra siti e presenza di campi elettromagnetici, che inducono a pensare la possibile ricerca di un benessere psico-fisico per quelle popolazioni insieme al miglioramento della resa agricola e per riflesso sull’allevamento del bestiame. Accanto all’ingresso di una Tomba dei Giganti, in quello che è rimasto di un villaggio prenuragico e poi nuragico di “Is Crabilisi-Mitza Useddu” (Sorgente degli uccelli) in territorio di Gesico, esiste un “letto” scolpito nella roccia.  Ai suoi lati, tante piccole coppelle, poste alla stessa distanza l’una dall’altra. Sulla base, posto a modo di cuscino, una protome bovina anch’essa scolpita nel monoblocco roccioso, che porta un incavo assolutamente anatomico per potervi comodamente poggiare la testa. L’uso di questa “macchina di pietra” era riservata a soggetti in vita e non alla deposizione dei cadaveri e conseguente loro scarnificazione. Ai lati del “cuscino di pietra”, due fori praticati alla stessa altezza, dove forse venivano infilate un paio di corna. E’ sorprendente come circa 6000 anni fa, i nostri antenati avessero la cognizione di determinate conoscenze scientifiche, a noi oggi quasi del tutto sconosciute o rivelate solo con l’ausilio di sofisticate apparecchiature.  Ma allora, per rispondere alla domanda iniziale, come si fa a guarire? Come è possibile che gli antichi guarissero con poche conoscenze scientifiche? Interessante la risposta del filosofo e neuroscienziato Giorgio Baglivi. E’ il cervello che fa guarire l’uomo, sono le immagini che in esso si formano e che vengono artificialmente riprodotte. Cento miliardi di neuroni si collegano tra loro con trilioni di neutrini non lasciando nulla al caso. Ercole, Dedalo, Iolao non sono mai esistiti e sono solo un mito. Le immagini che il cervello produce sono capaci di guarire se stessi e le persone. Ed è il cervello che produce ed usa immagini di attività di guarigione e autoguarigione. Ed è sorprendente che i nostri antenati già sapessero e conoscessero queste tecniche di guarigione mettendole in pratica. Lo è soprattutto in periodi come questo, dove il diritto alla salute viene messo seriamente in discussione. Forse ci toccherà rispolverare “su connottu” ?

Tags: antenatiSardegna
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