Piero Mannironi e le “Anime Maledette” dei sequestri: “Quella volta che non pubblicammo la lettera dei banditi a Nuoro” (VIDEO)

Piero Mannironi, per tanti anni inviato della Nuova Sardegna e ora scrittore del libro “Anime maledette”, è uno dei maggiori esperti della storia dei sequestri in Sardegna: “Ecco come i ladri di uomini si fermarono in Sardegna”

Piero Mannironi, per tanti anni inviato della Nuova Sardegna e ora scrittore del libro “Anime maledette”, è uno dei maggiori esperti della storia dei sequestri in Sardegna. Nel suo libro racconta molte storie dei “ladri di uomini”, come il caso Gregoriani, e ieri ospite a Radio Casteddu ha parlato con noi di tanti temi importanti. Come e perchè sono finiti i sequestri in Sardegna dopo il clamore mediatico del rapimento di Silvia Melis? Mannironi parla di un “sistema sequestri” che è andato sfaldandosi dopo i primi anni 90, anche grazie a leggi speciali come la confisca dei beni. E racconta un particolare inedito e importante: “Una volta durante il rapimento di Cristina Berardi i banditi recapitarono una lettera scritta dalla ragazza, con dichiarazioni chiaramente a lei manipolate, proprio all’ingresso della redazione nuorese della Nuova Sardegna. Eravamo come delle cassette postali, i banditi ci usavano come mezzo per comunicare con le famiglie e noi eravamo quasi complici di quell’orribile meccanismo delle richieste dei sequestratori. La grafia era quella di Cristina Berardi aveva la sua grafia ma ci scandalizzammo: quello che era scritto era dettato, questa donna insultava il padre. Insieme a un collega quando andammo dai carabinieri a fare la denuncia decidemmo: “Noi questa lettera non la pubblichiamo”, e anche il direttore fu d’accordo con noi. Il giorno dopo La Nuova uscì con uno spazio bianco in prima pagina: qui avremmo dovuto pubblicare la lettera dei rapitori…scrivemmo. Lo facemmo per spezzare quel legame, quel ponte che i banditi più volte sfruttarono con i giorni per alimentare proprio quel sistema sequestri. Il carceriere della ragazza reagì’ male, ci raccontarono che scagliò raffiche di mitra contro le rocce. Ma era l’unico modo per ribellarci, noi per primi come giornalisti. Poi alcuni magistrati coraggiosi, e le nuove leggi che bloccarono i beni dei rapitori, trasformarono i sequestri che noi nuoresi pensavamo continuassero per sempre in un affare ormai scomodo. E se il sequestro prima per i criminali era un’eventualità, perchè la criminalità nuorese inizialmente viveva soprattutto di rapine e abigeato,  non diventò più un affare perchè alla fine di un rapimento ogni malvivente guadagnava si e no il costo di un auto di lusso, una media di 15 milioni di lire: il gioco non valeva più la candela. Le confische sono state una strategia vincente ma gran parte della struttura dei sequestri era stata già smantellata negli anni 80″.

Mannironi ha poi ricordato il conflitto a fuoco di Osposidda del 1985, forse il punto più cruento della lotta ai sequestri, nel quale morirono cinque banditi e un poliziotto: “Quel giorno i banditi avevano bevuto molta acquavite ed erano disposti a tutto, furono ore di battaglia con bombe a mano- ricorda il giornalista scrittore, uno dei pochi maestri di giornalismo rimasti nell’Isola a Radio Casteddu- ci fu però la grande reazione della popolazione di Oliena che andò a inseguire i banditi nel clou del sequestro Caggiari. Come ho scritto nel libro, il fenomeno dei sequestri di persona ha cominciato a morire con il caso di Gregoriani e anche grazie a giudici come Lombardini. Quel conflitto è stato una cosa rara: poteva accadere tante volte questa catarsi. Quello che è accaduto dopo ha fatto di questi delinquenti quasi dei martiri negativi, invece si tratta sempre di fuorilegge che hanno avuto una patente di vittime e redenzione, una questione molto pericolosa”.

Piero Mannironi nel presentare il suo libro “Anime maledette” ha poi parlato a lungo su Radio Casteddu dei casi di di Gisella Orrù e Gianfranco Manuella.

“Quella di Gisella Orrù è una storia di commozione perché questa vicenda non la seguì in prima istanza ma cercai di riprenderla di fila, di approfondirla in un secondo momento – racconta il giornalista Mannironi, autore del libro ‘Anime maledette’ – una storia che personalmente mi turbò tantissimo per molti motivi: questa storia, di una ragazza di appena 16 anni che finisce in questo modo orribile, barbaro ma la seconda cosa è che non c’è stata giustizia. Esistono un’inchiesta, dei processi, ma alla fine non è rimasto niente perché se andiamo a guardare tutto si è sfaldato. E allora manca una risposta di giustizia per questa povera ragazza, tutto per proteggere un ambiente.
Perché si intuisce questo, un ambiente oscuro a Carbonia: in quegli anni veniva condizionato da un gruppo di siciliani malavitosi, loro presero il controllo di tutto ed è difficile che questa vicenda si sia sviluppata senza che loro siano coinvolti. C’è un episodio importante ossia che la madre di un compagno di scuola di Gisella, che tra l’altro morì suicida, ricevette la visita di questi strani personaggi che proposero alla figlia di vendere biancheria intima. Lei sottopose all’attenzione dei carabinieri l’accaduto che le proposero delle foto segnaletiche tra le quali riconobbe uno di loro.
Gisella dopo aver subito violenze bestiali venne uccisa forse con uno spiedino da carne conficcato nel cuore, l’autopsia dimostrò che questa povera ragazza 2 ore prima di morire aveva cenato e le persone che erano state accusate negarono questa informazione. Da questo fatto si capisce quindi che i protagonisti di questa storia nera sono dei personaggi.
Anche la famiglia non ha mai creduto alla versione ufficiale, una tragedia senza risposta in questi casi.
L’unica speranza è che qualcuno che è stato protagonista, spettatore della vicenda, in una crisi di coscienza possa parlare. Sono molto pessimista però a riguardo, personalmente sono passati troppi anni e chi sapeva ha preferito tacere quindi penso che rimarrà un giallo incompiuto”.
Altro fatto di cronaca che ancora oggi non ha risposte, addirittura non è nemmeno certo che si tratti di un omicidio poiché non è mai stato rinvenuto il corpo: si parla dell’avvocato Gianfranco Manuella scomparso la mattina del 22 aprile 1981. La sua macchina venne ritrovata aperta in via Abruzzi.
“Se ne son dette tante, una storia di cronaca degli anni 80. Io non seguo tesi complottiste ma quando non c’è un corpo è difficile parlare di omicidio; c’è anche chi ha sostenuto che Manuella non fosse morto ma  vivo e che si nascondesse da qualche parte. Ma io sono convinto che se un uomo razionale come Aldo Marongiu manifestava un sospetto così  incredibile, una ragione ci doveva essere.
Una famosa pista è quella che porta a Decimomannu, alla Nato, perché l’avvocato aveva delle conoscenze all’interno della base, era molto amico di un tedesco che gestiva lo spaccio. C’erano una serie di rapporti di amicizia e, in qualche modo, qualcuno ha cercato di adombrare i rapporti; poi dalle carte sembra strano che si ci affidi alle testimonianze di pentiti poco credibili. E sembra strano che alla fine si decida improvvisamente di non seguire più la pista dell’aeroporto di Decimomannu”.
Una storia che si intreccia con gli anni bui della magistratura in Sardegna.
Un’altra pista legherebbe Manuella alla strage di Ustica: “Io su questo, l’unica cosa che posso dire è che parte dei nastri delle registrazioni radar della notte di Ustica furono trovati in un capannone della base di Decimomannu.
Questa è una cosa abbastanza singolare io non ho elementi per dirne di più. Però, indubbiamente, c’è qualcosa che lega Ustica a Decimomannu, però c’è anche da dire un’altra cosa: Ustica si lega anche a Quirra, sempre con il radar, è possibile che ci sia un legame ma io non ho trovato nelle mie indagini nessuna prova che lo certificasse”.
QUI L’INTERVISTA RADIO A PIERO MANNIRONI: https://www.facebook.com/castedduonline/videos/235127688007309


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