Paolo Cioni interpreta Pinocchio al suo debutto nell’Isola

Le avventure di “Pinocchio” nell’intrigante rilettura di Ugo Chiti per l’Arca Azzurra Teatro, in tournée nell’Isola sotto le insegne del CeDAC per la Stagione di Prosa 2013-14


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Creatura dell’immaginario, moderno archetipo dell’eterno fanciullo, irriverente e ribelle, ma generoso e pieno di buone intenzioni, “Pinocchio” diventa protagonista sulla scena nell’affascinante versione del fortunato romanzo di Carlo Collodi proposta dall’Arca Azzurra Teatro, con drammaturgia e regia di Ugo Chiti: tra crudo realismo e incontri “magici” il burattino compie il suo viaggio d’iniziazione – dalla prova del fuoco alla morte per acqua, dalla metamorfosi al tempo nel ventre della balena – per realizzare il suo più grande desiderio, quello di trasformarsi in un bambino vero, in carne ed ossa. Il ragazzo di legno, insofferente alle regole e in fondo libero di scegliere il suo destino, preferisce la libertà; amorale e quindi innocente, scappa da casa e dalla scuola, finisce nel paese dei balocchi, salvo poi rinunciare alla sua vita da monello per amore del padre e della fata bambina, soggiogato dall’idea di una famiglia e di un focolare, e spinto da un bisogno di “normalità”. Figura fantastica – ma anche estremamente “concreta” nei suoi impulsi, nella reazione immediata alle sollecitazioni esterne – “Pinocchio” è in fondo un (anti)eroe: vittima delle sue debolezze, volubile e incline alle tentazioni, dimentica facilmente i buoni propositi per poi precipitare nella disperazione davanti all’effetto delle sue azioni.
Lo spettacolo dell’Arca Azzurra Teatro, interpretato da Paolo Cioni (nel ruolo del burattino) insieme a Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Alice Bachi e Paolo Ciotti segue fedelmente la traccia del romanzo, con minimi scarti e variazioni che consentono di avvicinarlo al presente. Le musiche di Jonathan Chiti e Vanni Cassori; i costumi di Giuliana Colzi e il disegno luci di Marco Messeri, insieme allo spezio scenico disegnato dallo stesso Ugo Chiti proiettano le vicende in una dimensione surreale e poetica, quasi da fiaba.
In tournée nell’Isola per la Stagione di Prosa 2013-14 del CeDAC (nell’ambito del XXXIV Circuito Teatrale Regionale Sardo), “Pinocchio” debutterà in prima regionale DOMANI (sabato 15 febbraio) alle 21 al Teatro Eliseo di Nuoro, per approdare domenica 16 febbraio alle 21 al Teatro Garau di Oristano, e ancora lunedì 17 febbraio alle 21 al Teatro del Carmine di Tempio Pausania e infine martedì 18 febbraio sempre alle 21 al Cine/Teatro Olbia di Olbia.
L’enigma di “Pinocchio”, il personaggio nato dalla penna di Carlo Lorenzini (in arte Collodi) e conosciuto e amato dai giovanissimi lettori di tutto il mondo, è in un certo senso il segreto dell’infanzia: l’età dell’innocenza e della scoperta del mondo, di cui il burattino incarna l’ingenuità e la malizia, l’involontaria crudeltà e l’incoscienza, la strana saggezza davanti alla follia degli adulti e la spensieratezza e la gioia di vivere, il piacere del gioco.
L’inevitabile tentazione di confrontarsi con quel ragazzo di legno, spirito inquieto, eternamente in fuga da se stesso si scontra con la difficoltà e il rischio di trasportare sulla scena una storia in cui convivono realtà e sovrannaturale, parodie e sberleffi all’autorità o meglio al potere, dolorose ingiustizie e un acuto senso del bene e del male. La chiave ironica della narrazione, che mette l’accento sugli aspetti più grotteschi e paradossali, fin dai primi quadri con l’apparizione di Mastro Ciliegia e Mastro Geppetto, per proseguire nei dialoghi con il Grillo Parlante e nella scena del consulto tra i sapienti medici in casa della fata, ma anche nelle sentenze dei tribunali e nelle azioni dei gendarmi restituisce al romanzo la sua dimensione popolaresca, adatta a un pubblico di ogni età e condizione, mentre per i più piccoli prevale l’aspetto fantastico della fiaba.
L’invenzione del ciocco di legno “parlante” da cui il vecchio falegname scolpirà quel “figlio” che dovrebbe alleviare la sua solitudine, è la geniale scintilla da cui si sviluppa tutta la vicenda; la marionetta senza fili nasce quel giorno, e non smetterà più di incantare generazioni di piccoli lettori. Nel suo viaggio verso la conoscenza – e quell’età adulta simboleggiata dall’agognata trasformazione in un vero essere umano – Pinocchio incontrerà una serie di ostacoli “su misura”, dal teatro di Mangiafuoco al paese dei balocchi, che fanno leva sulla sua voglia di divertirsi ma anche gli infidi consigli del Gatto e della Volpe, con la promessa di una facile ricchezza. Inganni della mente e del cuore – così come, ma con il fine opposto di ricondurlo sulla retta via, le apparizioni della fata con la sua corte di animali parlanti: la magia irrompe nel racconto con l’ineffabile e ambigua creatura, ora donna ora bambina, riflesso di una madre mai avuta o di un’ipotetica sorellina perduta.

La storia di Pinocchio è piena di simboli e di riferimenti a una tradizione magica, come spesso la letteratura popolare: nello spettacolo i diversi livelli di lettura affiorano e si intersecano, la successione degli eventi e le scene descritte nel libro si materializzano sulla scena, e Paolo Cioni presta corpo e voce al burattino, con una grammatica di movimenti disarticolati, nervosi e a scatti, come animato da fili invisibili. Intorno a lui agiscono e interloquiscono gli altri personaggi, in un microcosmo fantastico che assomiglia a una proiezione onirica: nella scena vuota e scarna gli oggetti appaiono ingigantiti, come in un sogno, in una meravigliosa astrazione.

Racconta il regista e drammaturgo Ugo Chiti (che anni fa partecipò alla sceneggiatura di “OcchioPinocchio”, esperimento cinematografico di Fracesco Nuti, consapevole “tradimento” della moderna favola): «Pinocchio ha dato movimenti folli e divertiti a tutte le nostre contraddizioni e noi l’abbiamo punito, torturato, con la ferocia insospettabile dei mansueti che pascolano nell’ordine delle cose. Pinocchio, improvvisamente, mi è venuto incontro malmesso e ingrigito, stropicciato e malinconico con lo sguardo già segnato, reduce da chissà quali sevizie dell’età eppure sempre pronto allo sgambetto “sberleffoso” alla risata da “zimbello” di paese… forte del suo legno stagionato ma provato dalle continue trasformazioni. Creatura atrocemente illusa di diventare, un giorno, carne felice, metamorfosi senza storia, cronaca crudele di un risveglio fasullo per ritornare, subito dopo, al primo capitolo di quella “novella atroce” che rinnega la fiaba per uno sguardo sghembo sul mondo».
Il suo “Pinocchio”, riscrittura per la scena di una favola moderna, è il riflesso di «Una visione adulta che cerca di ritrovare lo sguardo sorpreso e turbatamente incantato della lettura infantile».


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