Noi sardi, pigri e fatalisti. Turismo: guadagnano inglesi e napoletani

L’analisi di Nino Nonnis

di Nino Nonnis

La Sardegna è terra che in estate può sfoggiare pienamente tutta la sua bellezza. Non fosse un’isola difficile da raggiungere saremmo invasi da turisti, cosa che ha lati positivi per l’economia, ma anche fastidiosi per dove stendere l’asciugamano. Potremmo guadagnare col turismo, come ci si augura da quando ho preso il mio primo stipendio. A Fiuggi, paese dove andavanmo con nostro padre, dai tre mesi estivi ci vivevano tutto l’anno.

Mentre passiamo il tempo ad augurarci concettualmente di vivere di turismo, qualcun altro si è dato da fare. Come al solito si tratta di continentali. Non è stato traballoso per loro, nessuna idea geniale. È bastato aumentare il costo dei biglietti. Per delle navi sempre piene. Vuoi godere delle bellezze dell’isola? Paga e cagliadi. Il fatto è che non si pagano a noi. E non ci danno neanche posti di lavoro. Tutti napoletani, a meno che non abbiano finto per farsi assumere. Trovo scandaloso che sulle navi non ci sia qualcuno di Civitavecchia. Quando Soru volle applicare una tassa, che venne definita sul lusso, ci fu una sollevazione, e molti temettero che Briatore andasse in altri paesi, compreso quello dove molti lo mandano. Adesso che la tassa l’ha applicata la Tirrenia, si va a fare la fila in biglietteria per tempo. I turisti si rassegnano, venire da noi è un privilegio, e cercano di risparmiare su altri versanti, proprio quelli di cui avremmo beneficiato noi. Qualcuno si porta dietro le piadine. Ma noi siamo abituati a subire, e se non lo siamo ci abituiamo. Se abbiamo una ricchezza lasciamo che la fruttino gli altri.

Abbiamo una radica eccezionale e con quella ci guadagnano gli inglesi, un popolo a caso, che fanno delle pipe rinomate. Devo ammettere che in quello sono bravi. Ci copiano i prodotti tipici e li fanno in continente, a prezzi e qualità bassi, compresi i coltelli sardi, sa leppa toscana. Qualcuno dirà: va bene, è la globalizzazione, in continente la mano d’opera costa meno, cosa possiamo farci. Continuiamo a bere prodotti che di sardo hanno il vecchio nome e ne andiamo ancora orgogliosi. Tanti altri prodotti sono “tipo sardo”, e almeno quelli sono sinceri. In un paese della Sardegna, famoso per le sue acque, ho assistito a un dibattito, presente il sindaco. “Scusi, ma avete l’acqua inquinata?” – “Ma vuole scherzare? La nostra acqua è rinomata!” – “Allora perchè sul vostro tavolo vedo solo bottiglie del nord Italia?”. Doveva averle messe uno dell’opposizione. Ci piace lamentarci, ma siamo pigri, indolenti, per dirne bene, fatalisti. Ho detto siamo. Il mio orgoglio si rifà a un episodio di quando ero giovane: quando a Pratobello insorse tutta la popolazione orgolesa, con le donne in prima fila. Lo farei studiare a scuola quel’episodio: se non è stata sa die de sa Sardigna, è stata sa die de Orgosolo. Come dice la canzone, invece dei trattori volevano portargli i carri armati. Una furbizia difficile da intuire, che la dice lunga.

 


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