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“Nessuno è intoccabile”: la vendetta disperata (e autodistruttiva) dei balentes

di Redazione Cagliari Online
29 Aprile 2018
in cultura

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“Nessuno è intoccabile”: la vendetta disperata (e autodistruttiva) dei balentes

Di Giulio Neri

L’Isola descritta da Thomas Melis è una Sardegna cifrata, e riconoscerne i luoghi, da Iliseri a Porto Sant’Andrea, fino a Caralis, è un gioco ulteriore riservato a noi lettori. C’è una continua familiarità nella narrazione, che tocca argomenti classici: la disamistade dell’entroterra, e la faida, ma anche l’incompatibilità dei codici morali fra bidda e città, soprattutto quando la contesa si sposta al di fuori della Legge. Là dove lo Stato si esaurisce o si svuota, a fronteggiarsi sono i balentes in velluto e cosinzos, e i narcotrafficanti dei palazzoni di Santa Lianora (Sant’Elia) con luogotenenti gaggi e imberbi spacciatori. Se la grammatica di potere e collusione, da nord a sud, sembra restare immutata; e se l’orizzonte degli affari è una mera variabile, come lo slang dei capi, la grande differenza tra balentes e criminali standard è sempre filosofica, e concerne il senso della morte, sfidata a ogni piè sospinto. Questo, senz’altro, è uno degli aspetti più interessanti di “Nessuno è intoccabile”.

Tramontata, o quasi, la logica dell’abigeato e dei sequestri, è il traffico di droga a produrre ricchezza e a modificare i rapporti di forza, persino nell’ambito della disamistade fra i Corrasi e i Degortes, che per decenni hanno covato i loro reciproci rancori e solo adesso realizzano di essere giunti a una resa dei conti. I primi, con il patriarca Tziu Efisiu e il rampollo Vattori, sono più ricchi e vincenti, e hanno saputo riciclarsi nell’edilizia appoggiando un assessore regionale compiacente; i secondi, ai margini, sono logorati da una ferocia trattenuta, e critici rispetto a Tziu Antine, capostipite sospettato d’avere sambene durche, sangue dolce, poco incline cioè a sfogare in pieno la furia vendicatrice della famiglia (in particolare, quella di suo nipote Vissente e di Enrique Velasco Ramos, “il Castigliano”).

Questo elemento di controllo, di attenta riflessione sulle conseguenze, è essenziale non solo per il romanzo, ma anche per gli equilibri di un territorio già promesso al bagno di sangue. L’attesa, di fatto, rimanda il destino. Ma quando i Degortes fanno il colpo della vita, prima assaltando la base militare di Capo Alto, e poi un portavalori con a bordo quattro milioni di euro, i tempi della vendetta sono maturi e indifferibili.

La posta in gioco è esorbitante, e la guerra deflagra attirando nuovi alleati fra politica e massoneria, tra banditi influenti e boss mafiosi che operano da Cammino Santo, il carcere di Caralis; e non mancano imprenditori della società civile indotti a vendersi.

Melis ha il merito di svelare l’ingranaggio nei minimi dettagli, dai colloqui privati dei notabili alle ipotesi avanzate in una sperduta casermetta della justizia, con un maresciallo che i sardi ha imparato a capirli fin troppo. Così, mentre ai piani alti si sviluppa il grandioso progetto per la nascita di Baia Ìnnia, e si valutano i correttivi amministrativi da applicare, in cantina sibilano pallettoni e scattano coltelli – al solo scopo di farla pagare all’eterno nemico.

Se c’è un’evoluzione criminale, kultur & civilization della mala secondo cui bisogna agire per il meglio e, talvolta, «aggiungere un posto a tavola», la balentia segna la propria fiera arretratezza: è l’odio a giustificarla, non l’avidità né l’opportunismo. In questo sentimento radicale, e arcaico, c’è un fascino letterario (di autodistruzione, in primis) che il romanzo di Thomas Melis esercita con i silenzi dei personaggi, con i proverbi in limba, e con gli sguardi terribili di uomini e donne che non dimenticano nulla, e che riescono a odiarsi fino all’ultimo respiro.

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