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Le launeddas di Andrea Pisu e il tamburello di Mattana a Sant’Agostino

di Ignazia Melis
26 Giugno 2017
in eventi

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Il suono ancestrale dello strumento a tre canne caratteristico dell’Isola nel cuore del Mediterraneo per la Stagione Concertistica 2016 degli Amici della Musica di Cagliari: (dopo l’incipit affidato alla chitarra di Edoardo Catemario, lo scorso 6 maggio) mercoledì 18 maggio dalle 19.30 nella chiesa di Sant’Agostino a Cagliari risuoneranno melodie e ritmi di danze nell’interpretazione di Andrea Pisu, moderno virtuoso delle launeddas, allievo ed erede dei grandi maestri, accompagnato al tamburello da Pierluigi Mattana.

Un’affascinante antologia di “Musiche tradizionali della Sardegna” – per rievocare le atmosfere della festa al confine tra sacro e profano, con la magia di arcaici riti e il senso di una spiritualità popolare, e l’emblematica misura del cerchio ne “su ballu tundu”: si parte dai Balli per intrattenere i fedeli (con su Fiorassiu), e ancora nell’alternarsi delle varie versioni e forme delle launeddas, la sequenza del Ballo (eseguito con Mediana a fiuda) e il Ballo (con Ispinellu e tamburello), il Ballo (con Punto d’organo di Aurelio Porcu) e il Ballo (con Mediana a pippia di Efisio Melis) per finire con l’originale “Launeddas in fantasia” (in cui si intrecciano Punto d’organo e tamburello).

L’intrigante progetto sonoro mette l’accento sulla suggestione dell’ascolto delle inconfondibili polifonie delle launeddas, con il sovrapporsi delle tre “voci”: quella del basso (basciu o tumbu), la canna più lunga, che dà la nota su cui è intonato l’intero strumento (nota di “bordone”); quella della seconda canna (mancosa manna) su cui si sviluppa l’accompagnamento (unita al basso con spago impeciato, a formare la croba), e quella della terza canna (sa mancosedda) su cui si esegue la melodia.

Tra i tipi principali di launeddas, spiccano il punt’e organu, il fiorassiu e la mediana, da cui derivano con differenti accoppiamenti di crobas e mancoseddas, mediana a pipìa, fiuda bagadìa, tzampognia, spinellu e frassettu (oltre alle altre antiche come contrappuntu, su para e sa mongia, morisku). Se lo strumento policalamo appartiene alla cultura musicale di tutta l’Isola, e nella disposizione degli intervalli e delle scale riflette le strutture modali della tradizione, ogni regione della Sardegna ha avuto i suoi maestri, e le sue scuole, tra cui spiccano a partire dall’Ottocento quelle del Campidano, del Sarrabus, del Sinis e della Trexenta.

Il suonatore di launeddas dà la sua personale interpretazione della musica tradizionale e a sua volta inventa temi e melodie, così che il territorio così articolato e sfaccettato dell’isola si ritrova nella varietà delle canzoni a ballo – le cui metriche variano da paese a paese, come cambiano i riti che scandiscono sagre e feste.

I primi studi sulle launeddas risalgono allla fine del Settecento, a cura del gesuita Matteo Madao, che raccolse canti e danze, citando anche l’arcaico strumento a canne; negli Anni Sessanta del Novecento l’etnomusicologo danese Andreas Fridolin Weis Bentzon riunì interessanti materiali sonori, registrando dal vivo le performances dei musicisti, che poi catalogò e trascrisse su pentagramma. Successivamente si occuparono dello strumento anche Paolo Mercurio, a contatto con il suonatore di Cabras Giovanni Casu, e l’etnomusicologo Ambrogio Sparagna.

Divenute ormai per certi versi un simbolo dell’identità e della cultura della Sardegna, le launeddas, che rimandano nell’immaginario al mitico flauto di Pan e ad altri strumenti a fiato dell’area mediterranea e non solo, sono state riscoperte – insieme alla cultura tradizionale sarda – dalle giovani generazioni, grazie ad artisti come Andrea Pisu, considerato tra i nuovi e più interessanti talenti, capace di tener vivo e tramandare il ricco e variegato patrimonio musicale con moderna consapevolezza, e insieme di inventare e sperimentare nuovi linguaggi.

Tags: Cagliarimusicasant'agostino
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