“Io, Oss sarda felice di lavorare con gli anziani malati: sono come bambini da proteggere”

I medici e gli Oss sardi si raccontano, tra difficoltà e gioie. Maria Montis, 32enne di Settimo San Pietro: “Da 3 anni lavoro tutte le notti, seguo un malato di Parkinson. Negli ospedali tanti anziani tristi perchè non ricevono tante visite dei parenti. Facciamo il possibile per consolarli e farli sentire amati”

La qualifica l’ha ottenuta nel 2016 e, da quel giorno, ha praticamente sempre lavorato. “Due mesi in una casa di riposo di Sinnai, poi mi sono buttata nel privato. Seguo un novantenne malato di Parkinson e una signora di ottantaquattro anni col diabete”. Maria Montis, 32enne di Settimo San Pietro, è una delle migliaia di Oss sarde. Il suo curriculum è identico a quello di tanti altri giovani che sono riusciti a entrare nel mondo della sanità dopo mesi di impegno: “Ho dovuto fare un lungo tirocinio, più due mesi in una casa di riposo di Sinnai. Lì ho notato che gli anziani, spesso, sono tristi perchè non ricevono molte visite dei parenti. Io, insieme a infermieri e medici, siamo sempre stati al loro fianco, per tranquillizzarli e farli sentire meno soli. Non è vero che chi opera nella sanità non ha cuore”, dice la Montis, “anzi. Questo è un lavoro che si può fare solo se ci si mette testa e cuore, senza guardare all’orologio e ricordandosi che ogni malato ha la priorità su tutto il resto. I vecchi, poi, sono come dei bambini, vanno accuditi e coccolati”. Da oltre due anni la trentaduenne ha “rovesciato” i ritmi deall sua vita: “Lavoro di notte, dalle 19:30 alle sette e trenta. Seguo un novantenne malato di Parkinson e un’ottantaquattrenne col diabete. A fine mese guadagno 2500 euro, ho un solo giorno libero alla settimana”. Quando ha lavorato nella casa di riposo, Maria Montis ha lavorato fianco a fianco con infermieri e medici, “anche specialisti”.

 

“È sbagliato generalizzare. La sofferenza che c’è negli ospedali e nelle cliniche, noi Oss la respiriamo ogni giorno. Oltre le cure, c’è anche il lato umano: io ho deciso che, nella mia vita, volevo aiutare il prossimo a stare meglio. Almeno, ci sto provando”, confessa la donna. “Capita che, magari a causa di una malattia grave, i parenti del paziente non arrivino a capire che serve soprattutto pazienza e che ogni patologia ha le sue particolarità. Ho letto la lettera scritta dal ragazzo di Villamar dedicata al papà morto in ospedale: non è giusto, per noi Oss e per gli infermieri e i medici, fare di tutta l’erba un fascio”.


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