Il visionario Faust inaugura “La Grande Prosa” al teatro Massimo

Si apre il sipario su La Grande Prosa al Teatro Massimo: in cartellone dal 30 novembre il visionario Faut firmato da Anna Peschke, tratto dall’opera di Goethe.

Il visionario “Faust” firmato da Anna Peschke (con la consulenza artistica di Xu Mengke) e interpretato dagli artisti dell’Opera di Pechino inaugura la Stagione 2016-17 de “La Grande Prosa” al Teatro Massimo di Cagliari: l’originale trasposizione dell’opera di Johann Wolfgang Goethe – tradotta in mandarino poetico dalla drammaturga Li Meini (con sottotitoli in italiano) – debutterà DOMANI (mercoledì 30 novembre) alle 20.30 (turno A) e sarà in cartellone fino a domenica 4 dicembre (tutti i giorni da mercoledì a sabato alle 20.30 (turni A, B, C, D) e la domenica alle 19 – turno E, mentre giovedì 1 dicembre alle 16.30 la recita pomeridiana – turno P).

Una pièce intrigante – nello stile Jīngjù, nato in Cina alla fine del XVIII secolo, in cui si fondono teatro e pantomima, musica e canto, danza e arti marziali – apre il cartellone del Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna, quasi a simboleggiare l’interazione tra le arti: frutto di una ricerca sul linguaggio dell’Opera di Pechino, il “Faust” racconta il fatale incontro tra il sapiente, ormai stanco della vita e Mefistofele che lo seduce promettendogli libertà e piaceri.

Il patto tra lo scienziato disincantato e persuaso della vanità del sapere ma tentato dall’idea di sperimentare il potere e e gioie sconosciute (spinto dalla sua stessa sete di conoscenza) e lo spirito infernale che lo condurrà sui sentieri della perdizione, incurante del dolore e della distruzione che la sua condotta spregiudicata arrecherà ad altri, rivive sulla scena nella forma dell’eterno conflitto tra i bene e il male. Sotto i riflettori gli attori Liu Dake (nel ruolo di Faust), Xu Mengke (Mefistofele), Zhao Huihui (Valentino) e Zhang Jiachun (Margherita) – per un’insolita e suggestiva mise en scène impreziosita dalle  musiche originali composte da Luigi Ceccarelli,Alessandro Cipriani e Chen Xiaoman ed eseguite dal vivo da Fu ChaYina (yueqin), Vincenzo Core (chitarra elettrica ed elaborazione elettronica), Wang Jihui(jinghu), Niu LuLu (gong), Laura Mancini (percussioni), Giacomo Piermatti (contrabbasso), Wang Xi (bangu).

Nel canone Jīngjù dell’Opera di Pechino esistono quattro tipologie di personaggi: Shēng (il ruolo maschile), Dàn (il ruolo femminile), Jìng (ruolo maschile con il viso dipinto) e Chŏu (il clown) ma nel “Faust” avviene una metamorfosi: «Faust è inizialmente un nobile Shēng ma quando, con avidità ed egoismo, lascia dietro di lui una scia di distruzione, rivela via via la sua vera natura: un selvaggio Jìng», spiega la regina Anna Peschke. «La figura del Jìng è solitamente quella di un personaggio energico, dalla voce potente, il trucco forte e le movenze molto ampie. Mefistofele lascia tracce sul viso di Faust – segni demoniaci, come sfregi della sua avidità e della sua brama di vita. Il personaggio di Mefistofele supera a sua volta i tradizionali confini del ruolo, mostrando aspetti di diverse personalità: un gentiluomo, un demone, un imbroglione e un guerriero».

La leggenda tedesca – ispirata a una o forse più figure storiche di monaci e studiosi le cui ricerche si sarebbero spinte fin nei territori dell’occulto – da cui Christopher Marlowe ha tratto “La tragica storia del Dottor Faustus” e Johann Wolfgang Goethe il celebre poema drammatico, considerato uno dei capolavori della letteratura europea e mondiale, contiene in nuce l’archetipo dell’uomo non appagato della propria condizione terrena. Un’inquietudine derivante dall’inesauribile desiderio di indagare i segreti del cosmo e della natura e dalla consapevolezza dei limiti della propria mente, che è insieme la chiave del costante progresso della scienza e della tecnica e del dilemma etico su quanto sia lecito fare in nome del sapere.

Faust incarna la duplice anima del sapiente conscio dei pericoli insiti nei fondamenti stessi e nel potere della sua scienza e del viaggiatore curioso, annoiato del mondo, ansioso di esplorare nuove sensazioni e provare l’ebbrezza dei piaceri, quasi a voler ritrovare la spensieratezza della gioventù. Mefistofele è il diavolo che per scommessa con il Creatore si cimenta nell’impresa di far cadere il saggio in tentazione, di corromperne lo spirito rendendolo succubo e schiavo delle gioie terrene fino alla dannazione – a suggello di un contratto firmato con il sangue. La ritrovata giovinezza – con i suoi ardori e gli slanci, e l’inevitabile senso d’immortalità – inducono Faust ad abbandonarsi suo malgrado alla corrente, lasciandosi guidare, egli maestro di scienza e fine conoscitore dell’uomo, dal demone, fino a dimenticarsi dell’etica e della morale.

La bellezza e la purezza di Margherita lo incantano ma pur di conquistarla egli non rifugge da inganni e sedottala la abbandona al suo destino, dopo aver provocato la morte della di lei madre e del fratello: la fanciulla vaga per la città con il suo bambino fino a perdersi nei labirinti della follia. Dinanzi alla rovina di colei che aveva amato – e distrutto – il protagonista ritrova se stesso, in preda ad un dolore profondo, e in quella catastrofe è l’inizio di una possibile catarsi – che nell’opera di Goethe giungerà solo al termine della seconda parte, dopo le glorie del gran mondo.

Sulla falsariga del poema del 1808 – “Faust. Erster Teil” (Faust. Prima parte) – la drammaturga Li Meini ha creato una nuova versione della tragedia nello stile dell’Opera di Pechino: al centro della vicenda Faust e Mefistofele, accanto a Margherita e al fratello Valentino. La trasformazione di Faust – affascinato dalle promesse del tentatore, e mutato nell’animo per effetto dell’esistenza sfrenata – sembra istituire una corrispondenza tra il mondo interiore e l’aspetto di un personaggio, come nel canone Jīngjù, dove però il carattere dei protagonisti è definito fin dall’inizio, secondo una precisa “grammatica” scenica, inserendo in più l’elemento della mutazione.

La regia di Anna Peschke – che dopo il “Woyzeck” presentato a Pechino e a Francoforte, porta avanti la sua indagine sui codici del teatro orientale e dell’Opera di Pechino in particolare, confrontandosi con il capolavoro di Goethe – fonde lo spirito del Romanticismo e la cultura occidentale all’eleganza e la ricerca della bellezza nello Jīngjù.

La figura profondamente umana di Faust – con la sua fragilità e le sue debolezze, in stridente contrasto con i dogmi del sapere – riflette in sé le contraddizioni e i dubbi esistenziali dell’individuo moderno, attraverso la seduzione del male e la volontà di potenza, con la tentazione di innalzarsi, in virtù dell’intelligenza e della conoscenza, al di sopra dei propri simili, e insieme la consapevolezza della propria caducità e della natura effimera dei piaceri. Il mito di Ulisse – nella Commedia dantesca – rasenta la stessa incoscienza, la stessa follia – solo la salvifica potenza divina potrà sottrarre il protagonista alla caduta, riconoscendone la sostanziale, insopprimibile tendenza al bene. Il diavolo è un “incidente” – il suo ruolo non è determinante, egli può far accadere le cose, non mutare il temperamento e le inclinazioni, al più favorirle e sollecitare più o meno maldestramente le più audaci fantasie.

Nella versione cinese la storia riacquista tutta la sua tragicità – le azioni irresponsabili di Faust non solo lasciano il segno su di lui, interiormente ed esteriormente, ma in più causano la rovina di chi gli si avvicina: grazie alle arti magiche di Mefistofele, egli conquista il cuore di Margherita, la induce a ingannare il fratello, che sarà poi ucciso dall’amante, e a concederglisi cedendo alle lusinghe per lasciarla in balìa del fato. Infrangendo le regole e le convenzioni, la fanciulla diventerà una reietta, e al dramma si sommerà il dramma con l’uccisione involontaria del neonato e la conseguente condanna a morte: le disgrazie di lei risveglieranno la sensibilità del protagonista, costringendolo a prendere coscienza del male – involontariamente – compiuto.

La traduzione del “Faust” nel linguaggio dell’Opera di Pechino conferma l’attualità e universalità dell’archetipo dell’“eroe” moderno deciso a superare i propri limiti “ad ogni costo” per affermare la propria superiorità e mettersi alla prova – salvo poi trovarsi a fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni, che non riguardano lui solo ma coinvolgono vittime innocenti. Un percorso di formazione alla rovescia in cui la sfida tra Faust e Mefistofele contraddice l’ideale saggezza della maturità per l’illusoria speranza di ritrovare la leggerezza e la felicità – inseguendo il richiamo di una lontana giovinezza, perduta, magari sacrificata sull’altare della scienza, e la brama del dominio sulla materia e sulle passioni.

Schermi & Sipari: domenica 4 dicembre alle 11 al Cinema Odissea in viale Trieste 84 a Cagliari per la rassegna “a tema” organizzata in collaborazione con Spazio 2001, si proietta il “Faust” di Aleksandr Sokurov – vincitore del Leone d’Oro a Venezia nel 2011. (Per informazioni: tel. 070.271709 – spaziodissea@gmail.com – http://www.cinemaodissea.it)


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