I ritirati sociali: il dramma dei ragazzi che non escono più di casa

Più di centomila casi in Italia, addirittura cinquecentomila in Giappone. La scrittrice sassarese Daniela Piras affronta il tema in “Leo”, romanzo edito da Talos: una casistica di episodi in cui si mescolano angoscia, umorismo, nevrosi, eziologia familiare  

Di Giulio Neri

«Nella solitudine il solitario divora sé stesso. Nella moltitudine lo divorano i molti». È Nietzsche, in esergo, a far da anticamera. In senso letterale: il mondo di Leonardo Scalas, protagonista di questo romanzo, è racchiuso quasi per intero nei dodici metri quadri della propria stanza. Venticinque anni, studente di Scienze naturali fuori sede (e fuori corso), Leo vive da autorecluso, pressoché incapace di uscire, senza nessun’altra responsabilità oltre a quella di laurearsi. I genitori, una volta al mese, gli consegnano a domicilio la spesa; e ogni giorno, tra le 19 e le 21, lo chiamano al telefono. Lui, in perenne ritardo con gli esami, non ha alcun rapporto con i coinquilini, e amici zero. Un bislacco complesso di superiorità, combinato all’inveterata abitudine di non lavarsi, ne agevola l’isolamento. Così estromesso, puzza e giudica indisturbato, crogiolandosi in una percezione falsata della realtà senza più riuscire a interpretarne cause e effetti. Ogni accadimento, slegato, fluttua in un solipsismo deformante e insensibile, svigorito da una ripetizione di tempo casalingo senza scosse.

Come individuo, Leo esiste in qualità di internauta, saltabeccando fra siti e forum per “leoni da tastiera”, dividendosi nella millanteria di profili social funzionali. Non ci sono traumi significativi nella sua infanzia, ma sembra reagire al terrore di misurarsi con la vita reale, e di mostrarsi per quello che è. Si nasconde come gli insetti che studia, a tutela dell’immagine che la madre iperprotettiva gli ha costruito addosso. Rimpiange la fanciullezza, perché non vuol crescere – e, di fatto, nonostante la barba, non è cresciuto. In rete si spaccia per un dio, ma è un inetto: quando entra in una rivendita di frutta e verdura per comprarsi delle mele, si fa appioppare un’anguria di undici chili.

Stare ai margini, in tuta da ginnastica e pantofole, significa anzitutto non competere, evitare qualsiasi riscontro. Leo avverte la propria goffaggine, ma non fa nulla per correggerla: la legittima, tutt’al più, inventandosi un’allergia, e tossendo appena può.

La mediocrità dei suoi progressi universitari si camuffa in una presuntuosa aristocrazia di interessi scientifici. Eppure, non appena mette il naso fuori dalla stanza per andare in bagno, per farsi il tè o mangiare una pastasciutta, scopre d’essere “Il lattuga”, l’asociale, lo zimbello dell’appartamento, uno talmente indietro da non avere cognizione dei propri desideri. E senza una coscienza dei propri reali desideri, senza un’autentica disponibilità a mettersi in gioco per realizzarli, qual è il futuro?

È questo l’angosciante interrogativo che pone il romanzo di Daniela Piras. Un’opera che analizza un tema scomodo, e che mette in evidenza con innegabile efficacia la crisi della famiglia contemporanea. La sfumatura clinica è avvalorata da un’autorevole prefazione di Matteo Lancini, dell’Università Milano-Bicocca, e Antonio Piotti, psicoterapeuta impegnato nella prevenzione delle condotte autolesive e del tentato suicidio adolescenziale.