Green pass e documenti: il solito gran caos all’italiana

Documenti no, documenti sì, anzi forse: che pasticcio con le regole sul controllo delle carte d’identità, il modo migliore per lasciare terreno a chi è pronto a infrangerle

Documenti no, documenti sì, documenti forse. Al Viminale, con l’apporto del garante della Privacy, hanno cambiato idea tre volte in 24 ore per arrivare al solito gran caos all’italiana, in cui sostanzialmente ognuno farà quello che vuole. In pratica, un pasticcio. Regole fatte per dire di averle fatte, senza alcun senso perché senza alcuna reale indicazione. Le cose, pare, stanno cosi: i ristoratori o i baristi o i gestori di palestre e quant’altro possono chiedere il documento d’identità se notano incongruenze fra la data di nascita registrata nel Qr code e l’apparente età del cliente. A loro rischio e pericolo, evidentemente, dovessero incappare in qualcuno che dimostra più anni di quelli che ha. Da parte sua, il cliente deve al momento dell’ingresso esibire il documento d’identità, quindi tutto o quasi è lasciato al senso di responsabilità di ciascuno, che abbiamo visto e rivisto quanti danni ha già fatto, e ripetutamente.

 

E se il cliente sguscia dentro con un green pass falso, acquistato anche per 500 euro al mercatino dell’imbecillità? In quel caso, viene multato solo il cliente e non il gestore, a meno che non venga dimostrato che ha responsabilità dirette, di omesso controllo o complicità. E se il cliente, preso in castagna, rifiuta di esibire il documento d’identità? I gestori, a quel punto, devono chiamare le forze dell’ordine. Uno scenario improbabile, ai limiti dell’impossibile. Come sempre, quando ci sono margini per poter fare quello che si vuole.


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