Gallerie e villaggi fantasma per stregare i turisti: ora le miniere di carbone diventano d’oro

Qualche settimana fa hanno chiesto a un minatore che cosa fosse per lui la felicità. E lui ha risposto così: stare con gli altri. E ha motivato la sua scelta spiegando che quando lavorava in miniera la sua vita dipendeva dagli altri. E le vite degli altri dipendevano anche dalla sua

(pubbliredazionale)

Quando si guardano i resti dei villaggi di Ingurtosu e di Montevecchio o si gira nelle stanze del museo di Serbariu, per capire bene le miniere bisogna riflettere bene sulle parole del minatore. Perché in superficie, a poche decine di metri dagli accessi, magari c’erano anche chiese, scuole, luoghi per passare il tempo, alloggi e direzione. Ma giù c’erano buio, aria pesante e puzza di combustibili. E poi, nel cuore di uno stesso lavoratore, insieme coraggio e paura. Ora laggiù non scende più nessuno. Mentre le miniere che prima erano di carbone possono diventare d’oro: nel senso che possono diventare una attrattiva unica per i turisti visto che un’alta concentrazione di posti del genere  non c’è da nessuna parte. Forse chi l’ha capito bene e sta in qualche modo anticipando il futuro è Giampiero Pinna, ex presidente del parco geominerario e “padre” del Cammino di Santa Barbara, percorso naturalistico-culturale ispirato anche a Santiago di Compostela.

Tante cose da vedere da Arbus al Sulcis Iglesiente. Ma le tappe più affascinanti sono quelle che parlando della estrazione di metalli e di carbone dell’Ottocento e del Novecento. Che portarono anche alla fondazione di una città mineraria quasi dal nulla, Carbonia. Con una pianificazione e una architettura da letteratura di fantascienza. Ma il viaggio può partire qualche decina di chilometri più lontano. L’ideale ingresso è una porta che si apre su un costone roccioso quasi perpendicolare alla linea del mare davanti all’isolotto di Pan di Zucchero. Sopra quella porta c’è una scritta: Porto Flavia. Non era una miniera, ma da quell’ingresso partivano i materiali estratti nel territorio. Che finivano prima nei magazzini di Carloforte e poi facevano il giro del Mediterraneo. Tutto chiuso dagli anni Sessanta, la nuova vita è il turismo. Anche interno visto che è una delle mete preferite per le gite scolastiche. Ma l’immagine di Porto Flavia ormai sta diventando un simbolo dell’isola che fa vedere una volta di più di avere non solo bellezze, ma anche storie da raccontare.

E ha tanto da dire anche Ingortosu, forse il posto che in qualche modo puó descrivere l’età d’oro delle miniere. Una tappa- come dice bene il Cammino di Santa Barbara- che può partire dalle dune di Piscinas, una spiaggia larga e lunga a prova di distanziamento sociale. Per poi salire su verso un villaggio che ora è fantasma. Ma che un centinaio di anni fa aveva scuole, case, e ospitava anche cinquemila persone. Molti di loro minatori. Alloggiati nelle loro modeste casette.

Per nulla modesto invece il palazzo della direzione che dall’alto dominava le miniere di Ingurtosu e di Gennamari nel complesso di Montevecchio. Quasi un castello con un’impronta medioevale del nord Europa (il progettista era tedesco) con una bella balconata che nei tempi migliori era coperta da vetrate. Tutt’intorno la vita di un borgo: posta, negozi, scuola. E la chiesetta di Santa Barbara.

E se proprio uno non ce la fa a vedere tutto, un’idea è quella di farsi fare il riassunto di quell’era dal museo del carbone di Serbariu. Quello, tra gli anni Trenta e Cinquanta, era considerato un punto di riferimento nazionale per la produzione di energia.  d’Italia. E si può viaggiare nel tempo nelle gallerie tra lampade da miniera, attrezzi da lavoro, filmati d’epoca e videointerviste ai minatori.

A Cagliari niente carbone. Ma lo sviluppo dell’archeologia industriale anche per il turismo potrebbe essere “sali e tabacchi”. Nel senso che tra Molentargius e il mare c’è un villaggio di capannoni e vecchie attrezzature usati un tempo per la lavorazione e produzione del sale. Alla fine degli anni Settanta in quelle strutture in disuso (c’era anche l’attuale teatro delle saline) i ragazzini facevano allenamento quando fuori pioveva. Ora è un tesoro da valorizzare. Come si sta facendo, bene, a Santa Gilla Macchiareddu, con le Saline Contivecchi, patrimonio Fai.

E poi tabacchi: il riferimento è alla Manifattura, ribattezzata  Sa Manifattura, che sino a qualche decennio fa era il centro della produzione dei tabacchi in Sardegna. Ora è un tempio della cultura e dell’architettura. Proprio venerdì è stato inaugurato lì il Festival dell’architettura: sta ospitando i guru mondiali degli artisti che progettano le città del presente e del futuro.

 

 

Contenuto realizzato in collaborazione con la Regione Autonoma della

Sardegna , Assessorato del Turismo , Artigianato e Commercio.

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