L’eroismo dell’avvocato Emilio Lussu nella Cagliari fascista del 1927

“La cancellazione”, nuovo romanzo di Mariangela Sedda edito da Il Maestrale, è stato presentato alla Fondazione di Sardegna, in Via San Salvatore da Horta. Di Giulio Neri

di Giulio Neri

Se gli eroi del Novecento si sono imposti spessissimo in contesti dittatoriali, e in seno a movimenti di Resistenza, il nuovo romanzo di Mariangela Sedda racconta soprattutto il conflitto interiore di chi, nell’Italia fascista – e, nella fattispecie, a Cagliari – non si è ribellato: per quieto vivere e opportunismo, per codardia; talvolta per gretta ambizione.

Ambientato nel 1927, “La cancellazione” è la cronaca romanzata dell’espulsione di Emilio Lussu dall’ordine degli avvocati cagliaritani – pratica che fu istruita da una Commissione Speciale di cui faceva parte, in qualità di consigliere, un amico dell’ex capitano della Brigata Sassari (e suo compagno nel Partito Sardo d’Azione).

La pusillanimità di quest’uomo è la stessa di una maggioranza confluita in massa nel PNF, e che nel dopoguerra ha perlopiù ispirato una narrativa sarcastica, ma fin troppo semplificata, che sorvola sugli aspetti drammatici dell’adesione – sull’intima vergogna, per esempio, di chi abbracciava la presunta “ragion di stato”; o sui crucci, sui rimorsi elaborati per autoassolversi tirando in mezzo la famiglia, il bisogno, la necessità di «campare».

L’originalità di Mariangela Sedda sta proprio nell’essersi concentrata sui problemi di coscienza degli antieroi, su questo rovello della meschinità che, nello sforzo di conferirsi autorevolezza, porta all’estremo la violenta pantomima mussoliniana. Ecco, allora, che il progetto di cancellare Lussu dall’albo si sviluppa ancor prima che egli sia giudicato per l’omicidio dello squadrista Battista Porrà. Atto di piaggeria verso il Regime in cui, paradossalmente, gli avvocati cagliaritani miravano a camuffare i propri indugi morali e a mettersi al di sopra di ogni sospetto.

Questa coscienza sporca, infatti, è ben rappresentata dal protagonista, il Consigliere istruttore che l’autrice evita di nominare, dall’inizio alla fine dell’opera, peraltro attribuendo nomi di fantasia agli altri membri della Commissione (forse, come ipotizzato da Maria Giacobbe nell’introduzione, per una sorta di pietà storica). È un traditore che vacilla, somatizzando il senso di colpa in eruzioni cutanee, sudorazioni imbarazzanti e insonnia; ma che non può esimersi dall’ingrato compito di liquidare il «pericolosissimo» Lussu.

Il dato certo è che a restare impressa è la figura orgogliosa dell’eroe antifascista, il coraggio e la coerenza di un uomo debilitato, sì, dalla prigionia (e dalla tisi), ma fermissimo nei suoi principi e capace di ridicolizzare il vecchio amico “sardista” salito a Buoncammino per notificargli il procedimento.

Tuttavia, la scrittura di Mariangela Sedda non è mai appesantita da questa vigliaccheria collettiva. È proprio l’ironia a bilanciare il tono della narrazione: c’è l’ingenuità della zeracca Bonarina, gli imperativi categorici dell’ordine e della virilità, il machismo dell’avvocato Orrù, la retorica nazionalista che un intero popolo assimilava, giorno per giorno, trasfondendola in comportamenti, linguaggi, pensiero comune. Ne consegue uno spaccato cagliaritano levantino, superficiale e modaiolo; il conformismo di una borghesia di provincia che, insieme alla famiglia, dava la priorità all’agio, ai piaceri della tavola, all’«etichetta» dettata nei rotocalchi di propaganda. Uno stordimento che Mariangela Sedda affronta con severità, ma senza infierire. Perché il mondo è sempre andato così, e la grandezza si rivela un peccato che soltanto gli eroi possono espiare.


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