Debutto a Sassari per “Le Troiane” di Seneca

Il fascino ambiguo del “discorso del potere” in “Troiane” di Lucio Anneo Seneca con Paolo Bonacelli e Edoardo Siravo e con Gabriella Casali, Alessandra Fallucchi, Marcella Favilla, Silvia Siravo e Cecilia Zingaro per la regia di Alessandro Machìa in tournée nell’Isola sotto le insegne del CeDAC

La ferocia della guerra – dalla parte dei vinti – nelle “Troiane” di Lucio Anneo Seneca con Paolo Bonacelli e Edoardo Siravo, protagonisti sulla scena con (in ordine alfabetico) Gabriella Casali, Alessandra FallucchiMarcella FavillaSilvia Siravo e Cecilia Zingaro per la regia di Alessandro Machìa, in tournée nell’Isola sotto le insegne del CeDAC. L’antica tragedia, in un’inedita versione con traduzione e adattamento di Fabrizio Sinisi, debutterà (in prima regionale) DOMANI (sabato 9 febbraio) alle 21 al Teatro Comunale di Sassari per approdare domenica 10 febbraio alle 21 al Teatro Grazia Deledda di Paulilatino e infine lunedì 11 febbraio alle 21 al Teatro Tonio Dei di Lanusei per la Stagione de La Grande Prosa 2018-2019 nell’ambito del Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna.

Tra gli ultimi bagliori della città in fiamme, si ripercorre il mito della caduta di Troia, che diventa l’emblema dell’insana follia degli uomini di uccidersi l’un l’altro per futili motivi, in un’atmosfera di tensione, quel tempo sospeso subito dopo la catastrofe,  quando tutto è accaduto, ma resta ancora un barlume di speranza, nella suggestiva mise en scène firmata Laros, impreziosita dalle musiche originali di Francesco Verdinelli, con scenografie di Katia Titolo, costumi di Sara Bianchi e il disegno luci di Giuseppe Filipponio.

La pièce – ispirata all’omonima tragedia euripidea – mette a confronto le donne di Troia, sopravvissute alla distruzione della città e i condottieri achei vittoriosi, sullo sfondo delle rovine fumanti, attraverso una serie di dialoghi, quasi dei “duelli” verbali da cui emerge tutta l’assurdità e la violenza di un conflitto bellico. I disastri della guerra sono riconoscibili nella desolazione di quella che era stata una delle più ricche e fiorenti capitali del Mediterraneo come nei volti segnati e nelle ferite del corpo e dell’anima delle illustri prigioniere, diventate bottino di guerra insieme alle loro ancelle, dopo la strage nella notte fatale compiuta con l’artifizio del cavallo, dono avvelenato degli achei.

Il dramma di Ecuba (Marcella Favilla), regina senza più patria né figli, caduti in difesa della città, rivive in un accorato e struggente monologo rivolto alla sua patria sconfitta, insieme al compianto per Priamo, il marito defunto, da cui emerge tutto l’orrore di dieci anni di assedio, il sangue versato, la barbarie e l’inutile crudeltà. Andromaca (Alessandra Fallucchi), già vedova dell’eroe Ettore, avverte il presentimento della morte del figlio, che un infido Ulisse pretende per sradicare la stirpe e impedire la vendetta dei troiani, ma invano si oppone all’infanticidio, madre straziata e impotente di fronte alla malvagità degli uomini. Il sacrificio di Polissena(Cecilia Zingaro), richiesto in nome dell’ombra di Achille, è un ulteriore delitto che si aggiunge alla serie delle atrocità compiute dai greci nell’esaltazione della vittoria: un’eco di antichi riti dimenticati, l’uccisione di una fanciulla che fa idealmente pendant con la morte di Ifigenia per mano del suo stesso padre Agamennone, per ottenere il vento propizio alla partenza delle navi.

Nel nodo delle passioni contrapposte – del dolore delle madri orfane dei figli e delle giovani vite recise – spicca la testimonianza di Elena (Silvia Siravo), accusata d’essere stata la causa scatenante del conflitto per il suo adulterio e la sua fuga, la soprattutto la sua spregiudicatezza con cui potrà riconquistare il marito: la femme fatale si difende e mette l’accento sui propri timori e le ansie per il futuro. Fabrizio Sinisi inventa per lei un dialogo con Ulisse in cui l’icona della bellezza e della seduzione, incarnazione di una femminilità sfrenata ma anche succuba del potere maschile si scontra contro il più sottile e ingegnoso degli elleni: un maestro d’astuzie si cimenta contro colei che sembrava nata per scatenare contese fra i mortali, per tramutare l’amore in odio, la gelosia in guerra.  La sofferenza dei vinti è affidata alla voce del Coro (Gabriella Casali) con il lamento per i caduti e il pensiero che si sofferma sull’enigma della morte, dopo la strage che ha cancellato un intero popolo in seguito all’ingresso dell’esercito dentro le mura stesse della città: la tremenda immagine dei corpi trafitti e dilaniati dal ferro, in una sorta di rivalsa dopo la fatica dell’assedio, rammenta la brutale carneficina contro gli abitanti inermi, strappati al sonno e passati direttamente nel triste regno dell’oltretomba.

Seneca condanna la guerra con le sue efferatezze attraverso le tragiche eroine che ne sono insieme testimoni e vittime, con il controcanto dei vincitori, gli “eroi” del mito: prendono la parola due re e capi dell’esercito come Agamennone (Paolo Bonacelli), il comandante supremo e Ulisse (Edoardo Siravo), artefice dello stratagemma del cavallo che ha ribaltato le sorti del conflitto con un inganno: la finta partenza delle navi e il misterioso animale di legno, un’arma segreta con cui i greci hanno potuto introdursi ed avere mano libera in città – con la “complicità” degli dèi. I due uomini – a fronte delle vittime – rappresentano il nemico esultante, causa diretta della rovina, colpevoli di azioni disumane ma anche l’unico interlocutore possibile con cui discutere del proprio futuro e rivendicare i propri diritti e la propria dignità – o invocare pietà.

Focus sulla capacità degli esseri umani – creature meravigliose e terribili – di compiere il male, quasi posseduti da un potere demoniaco e spietato, in un’opera concepita nella Roma del I secolo d.C. dal filosofo e scrittore appartenente all’élite senatoria, condannato a morte da Caligola, poi graziato ma esiliato da Claudio, richiamato nella capitale e divenuto precettore di Nerone, infine indotto al suicidio perché sospettato di aver cospirato contro l’imperatore. Un’epoca tormentata e oscura, in cui l’esercizio tirannico del potere da parte degli imperatori e la ridotta influenza del senato, al di là dell’enfasi di una storiografia avversa, mettevano ben in luce la ferocia mascherata dietro un’apparente e ingannevole bonomia e l’imprevedibilità della sorte di ognuno, in balìa dei capricci del fato.

Seneca disegna degli intensi ritratti al femminile e dà conto delle atrocità perpetrate con il pretesto della guerra, mettendo in scena le ragioni dei vincitori e dei vinti e svelando con un’analisi lucida e attenta le vere e ignobili cause del conflitto, la bassezza degli impulsi e i comportamenti più detestabili, e anche l’arroganza dei conquistatori, incapaci di empatia in un’inarrestabile bramosia di morte. Un trionfo fondato sulla forza delle armi e sul tradimento della fiducia, che continua a mietere vittime quando ormai non ci sono nemici da combattere né in grado di difendersi, solo ostaggi inermi contro cui sfogare l’ira repressa o la propria volontà di sopraffazione.

Un’avvertenza – sull’orlo dell’abisso – con la citazione che il regista Alessandro Machìa mette in epigrafe alle sue note: «Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro» scriveva Friedrich Nietzsche in “Al di là del bene e del male”, in una sintesi quasi profetica del destino degli “eroi”: «E se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te»



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