Debutta nell’Isola “Come tu mi vuoi”, con Lucrezia Lante della Rovere

Lucrezia Lante della Rovere è l’Ignota di Luigi Pirandello, seducente e misteriosa femme fatale nella Berlino degli Anni Venti


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Il dilemma dell’identità – l’essere per sé e per gli altri – s’incarna ne L’Ignota, pericolosa seduttrice o casta sposa (e forse entrambe), interpretata da Lucrezia Lante della Rovere, protagonista di “Come tu mi vuoi” di Luigi Pirandello nell’allestimento di Teatro e Società, con adattamento di Masolino D’Amico – in cartellone giovedì 13 febbraio alle 21 al Cine/Teatro Olbia di Olbia, venerdì 14 febbraio alle 21 al Teatro Civico Oriana Fallaci di Ozieri, sabato 15 febbraio alle 21 al Teatro Comunale Nelson Mandela di Santa Teresa Gallura e infine domenica 16 febbraio alle 21 al Teatro Tonio Dei di Lanusei per la Stagione di Prosa 2013-14 del CeDAC nell’ambito del XXXIV Circuito Teatrale Regionale Sardo.
In scena – con Lucrezia Lante della Rovere – Crescenza Guarnieri e Simone Colombari accanto a Raffaello Lombardi, Arcangelo Iannace, Andrea Gherpelli e Francesca Farcomeni; la regia di Francesco Zecca (le scene sono di Francesco Ghisu, i costumi di Annapaola Brancia D’Apricena; le musiche di Paolo Daniele e il disegno luci di Valerio Peroni) punta sulla «ricerca delirante dell’autenticità», che è anche un «perdersi nei tunnel oscuri della memoria», per arrivare a trovare una traccia di autenticità «tra le pieghe della follia». Spiega il regista nelle note: «L’Ignota nel suo tentativo di essere “come tu mi vuoi” prova a cercare la propria identità nella logica razionale, ma non trova nulla, perché non riesce a fingere al suo sentire; così porta al rovesciamento del reale all’irreale facendo cadere tutti nel burrone della follia».
La pièce – scritta durante il soggiorno berlinese e dedicata a Marta Abba – è incentrata sulla figura, ambigua e misteriosa di una donna che conduce una vita libera se non dissoluta, sullo sfondo della vivacità culturale e dei piaceri trasgressivi della capitale tedesca negli Anni Venti: nulla si sa delle sue origini e del suo passato, perduti e cancellati nella catastrofe della grande guerra, e lei, creatura senza radici è ora specchio e oggetto del desiderio, simbolo di eros e perdizione. Nella femme fatale un amico e poi lo stesso marito e i familiari credono di riconoscere Cia, scomparsa dieci anni prima, dopo il passaggio delle truppe austriache e l’occupazione della sua casa poi distrutta: un’altra donna, un’altra esistenza che l’Ignota – se fosse lei – potrebbe riprendere dal punto in cui si è interrotta, abbandonando i fasti della metropoli per (ri)trovare il calore e gli affetti della famiglia.
Incuriosita e forse turbata, inaspettatamente – pur senza memoria di quella sua ipotetica vita passata – l’Ignota accetta di (ri)diventare Cia: si trasferisce in Italia e inizia la strana esperienza di ricostruire la sua storia attraverso il presente, l’amore del marito e la riconquistata fiducia dei parenti. Se ella sia – o sia davvero stata colei che si crede – è difficile, forse impossibile scoprirlo, nonostante l’infaticabile ricerca di prove e indizi che riconfermino questa versione – ma è nel presente e nel futuro che la sua personalità deve prendere forma, che la sua nuova realtà può e deve affermarsi.
Focus quindi sulla sottile ma fondamentale differenza tra l’essere e l’apparire, l’esistere per sé o per gli altri: nel ricomporre i frammenti ciascuno dei parenti, amici e conoscenti suggerisce la sua verità, racconta episodi, insiste su dettagli ovviamente contraddittori; l’indagine sull’io, sulla complessità dell’individuo e le molte sfaccettature che compongono l’identità, tema centrale nell’opera di Pirandello e nella letteratura del Novecento non propone risposte ma apre nuovi interrogativi.
La vicenda si complica – la necessità, o meglio la volontà di stabilire con certezza chi sia la “vera” Cia mette in luce le normali incongruenze del vivere, per cogliervi dei segnali comunque indecifrabili; questioni patrimoniali e pure l’apparizione di un’altra Cia, una folle, altra vittima della guerra, rimescolano ancora una volta le carte. La scelta dell’Ignota – rinunciare a essere sé per essere Cia, o restituire Cia ai suoi cari – si tinge di sfumature più ambigue, di nuovi interrogativi, rinascono dubbi e sospetti; o forse è semplicemente la routine che spegne la poesia, la banalità del quotidiano cui è difficile (ri)adattarsi e in cui gli impulsi più nobili si mescolano a questioni decisamente pratiche; o l’eterna inquietudine che accompagna il male di vivere.
“Come tu mi vuoi” svela intimi segreti e il pericolo del vuoto, l’impossibilità di distinguere nettamente tra il bene e il male, e di trovare una verità che vinca su tutti gli (auto)inganni: è un testo affascinante e modernissimo nel suo interrogarsi sulla natura umana, sulle sue fragilità e inclinazioni, sulla deriva delle passioni e sul potere della ragione. La riscrittura drammaturgica di Masolino D’Amico – come il celebre film con Greta Garbo e la recente messinscena londinese con Kristin Scott-Thomas e Bob Hoskins – condensa la vicenda, riducendo il numero dei personaggi e le scene all’essenziale, per dare risalto all’enigma e alla figura emblematica e quasi archetipica dell’Ignota chiamata a scegliere – tra due vite possibili – il suo destino.

Il successo – fin dal debutto nel febbraio 1930 al Teatro dei Filodrammatici di Milano, con la Compagnia Marta Abba – fu forse favorito dalla coincidenza, seppur non voluta, come sostenne sempre l’autore, con il clamoroso Caso Bruneri-Canella (che avrebbe ispirato anche “Lo smemorato di Collegno”) in cui la ricomparsa del professor Giulio Canella, disperso in guerra, fu poi contestata in tribunale tra colpi di scena e un controverso finale – l’uomo identificato come l’anarchico Mario Bruneri e incarcerato per impostura, era stato riconosciuto dalla moglie di Canella come suo marito; infine la coppia si trasferì in Brasile (per sottrarsi allo scandalo). Nell’Italia e nell’Europa del primo Novecento era ancora vivo, comunque, il ricordo del primo conflitto mondiale, con i suoi strascichi – dal caos degli uffici e dei documenti distrutti agli innumerevoli traumi, perdite di memoria, difficoltà di comunicazione: casi di riconoscimenti tardivi, di reduci feriti e prigionieri liberati erano tutt’altro che rari, amplificati dalla stampa e dall’emozione collettiva.
“Come tu mi vuoi” descrive un caso analogo, sia pure a parti rovesciate, e complicato, con la segreta risonanza di antiche ferite dell’anima, di terrore e possibili violenze subite, anteponendo alla questione etica e morale e al ricordo dell’incubo della guerra, la questione dell’identità come nodo complesso e forse irrisolvibile, derivante dalla capacità o meno di (ri)conoscersi per se stessi ma anche nello sguardo degli altri.