Carbonia, medico caccia i parenti del malato in fin di vita: “Vieterei l’ingresso ai familiari negli ospedali”

Allontanati i parenti dalla stanza del paziente in fin di vita: “Voi carlofortini siete tutti uguali. Dipendesse da me, sarebbe vietato l’ingresso ai parenti negli ospedali”. Annunciato un esposto

“Voi carlofortini siete tutti uguali. Dipendesse da me, sarebbe vietato l’ingresso ai parenti negli ospedali!”. Comincia così il lungo post su Facebook di Mariano Froldi che racconta la brutta esperienza vissuta un anno fa all’ospedale Sirai di Carbonia. Froldi ha annunciato un esposto che verrà presentato nei prossimi giorni a un anno di distanza di fatti.

“Queste parole del dottor X (lo chiamerò così), ogni tanto, riecheggiano dentro. E non fanno bene.

Duemiladiciannove. Ultimi giorni di agosto. Mio padre sta morendo al Sirai. Reparto di Medicina. Saranno le 3 di notte e dobbiamo faticare a calmarlo io, la mia compagna Anna e mia sorella Rita, mentre lui cerca di chiederci acqua per bere. E’ straziante. Vuole alzarsi dal lettino, ma non riesce a parlare. Cerca di farci capire che vuole acqua. Così pensiamo. E’ intubato e ha il sondino nasogastrico. Purtroppo non può bere. Perché rischierebbe di soffocare. Siamo entrati in tre proprio per calmarlo. Gli faccio ascoltare della musica con le cuffiette dell’Iphone. Forse serve, forse no. Non lo so. Un poco si calma.

Ma no. Non si può fare. Nulla.

Il dottor X, nella sua ronda notturna da vigilante a stanare i colpevoli, ci ha visto…vagli a spiegare che devi farlo. Quando loro, i medici, a mio padre lo hanno lasciato da solo, cosciente o meno, si è strappato le flebo dalle braccia. Pare che, in teoria, sia diritto di almeno un parente restare sempre accanto (a meno che non ci siano i medici in stanza) a chi è intubato e semicosciente. Ma le leggi e le norme sembrano sempre, in questa strana nazione, relative.

Tu pensa… se non gli ricordavamo che era disfagico quelli lo nutrivano a gallette, che gli avrebbero fatto andare roba ai polmoni e sarebbe morto soffocato. Quando lo hanno portato a fare gli esami dopo il ricovero d’emergenza, tanto che mio padre, che mai è salito su un aereo, si è trovato in cielo dentro l’elicottero del 118, in ospedale forse si sono dimenticati che aveva bisogno dell’ossigeno. E stava per crepare soffocato.

Il dottor X queste cose non le comprende e non ce la fa passare liscia. Si inalbera. Non sia mai. Ci tratta come bambini viziati…

Cerco di essere diplomatico e di spiegargli le cose con calma, sottovoce. Ma non serve.

Lo capiamo perché manda un’infermiera a chiudere il reparto. Ci arrangiamo. Ora Rita è dentro. Si potrà solo uscire da lì dentro e, facendo una staffetta, permettere uno alla volta di entrare tenendo socchiusa la porta dell’inferno (che si potrà aprire solo dall’interno). Il dottor X ha avuto il suo momento di gloria e potere…Chi più chi meno, ce lo hanno sbattuto in faccia che nostro padre sta morendo. Amen.

Mia madre, io, Rita e Giuseppe e Attilio e Anna e Maria ci diamo il cambio.

C’è modo e modo di dire a qualcuno che il proprio padre sta crepando.

Il dottor X, qualche giorno prima, alle richieste di mia sorella l’ha quasi ridicolizzata.

“Tutti a farmi questa domanda… lo vedo male!”. La risata sarcastica è squillante.

Siamo seduti lì, su una panca malridotta di melaminico e fòrmica celeste, davanti alla porta del reparto, che ci sembra (di nuovo) la porta dell’inferno. Anna, io e Attilio.

Sono notti che non si dorme, piegati in due in quella panchina semirovinata, nel vestibolo bianco sporco e celeste poco distante, con il ronzio delle macchinette per gli snack che non mancano mai. Oppure piegati alla bell’e meglio dentro l’auto, nel parcheggio del Sirai.

Ad un certo punto, Attilio, il fidanzato di Rita, si stanca. Io sono quasi inebetito. Appunto. Alle tre. Guarda il medico che esce dal reparto e lo punta. Poche parole.

“Mi scusi, guardi, ma si rende conto del suo comportamento?”. Il tono è deciso. Ma non urla.

Il tipo lo guarda…forse si sente un padreterno.

E comincia con la sua filippica; e con quella frase agghiacciante.

Prima, appunto, ci dice, in reparto, quando ci vede in tre che “voi carlofortini siete tutti uguali, venite con tutti i parenti”. Ce lo dice per sfotterci ed irriderci, come dire che creiamo un sacco di problemi. A pensarci oggi, è una medaglia al valore sapere che accudiamo amorevolmente i nostri cari. Ma magari dirà le stesse cose degli iglesienti o dei calasettani.

Per certi dottori siamo solo numeri e rotture di c……..

“Mi scusi, mi può dire come si chiama?” replica con voce affilata Attilio.

“Io sono ******* (le parole cerca di scandirle con calma e freddezza ma si nota una certa ansia, malcelata) e non mi fa paura, se vuole le dico a chi indirizzarsi e faccia pure reclamo, tanto so di avere ragione!”. La voce biascicata si alza di tono, come dire “io sono io e voi non siete un c….”.

Mi sveglio un attimo dal torpore. Parlo.

“Complimenti, lei è davvero molto umano” che sembra quasi fantozziano ma è di un dolore lancinante… “guardi che ho letto cosa avete scritto nella sala degli ospiti, e non mi pare che stiate rispettando quelle parole”

. Le solite frasi fatte sull’alleanza medico-parenti, sulla loro importanza e così via. Parole inutili, scritte tanto per pavoneggiarsi. Non so se sia così, ma lo penso.

Faccio presente al dottor X che la dottoressa del giorno prima, molto dolce e premurosa, ci ha permesso di stare in più persone proprio per la delicata situazione di mio padre, e che ci dovrebbe essere uniformità di comportamento fra i medici…

Lui replica, anzi ri-biascica, nel suo personale show, aspettandosi un applauso che non arriva: “Ah… ssssu questo ha perfettamente ragione!”. Sottintende, il padreterno, che fosse per lui, appunto, tutti fuori.

Raus!

Cosa gliene frega se un povero Cristo muore senza i suoi parenti vicini… farebbero chiasso, confusione. Non sia mai, diamine, è un ospedale. O no?

Il giorno dopo non si è dormito nulla. Nessun sogno, solo un immenso, disperato bianco, appena provo a chiudere gli occhi. Facciamo carte false per portarlo via. Sembra che non vedano l’ora. Ok, bene.

Che muoia a casa, con noi che ce lo abbracciamo e curiamo.

Ci riusciamo e rispettiamo la sua volontà di chiudere gli occhi a casa. Con la sua famiglia.

Prima facciamo in tempo a scoprire diverse piaghe. Una enorme nella zona lombosacrale: ci puoi mettere un dito.

Fa niente. Ci pensiamo noi. Babbo ci ha amato e ci ama. Ama la sua sposa, mia madre. Ama noi figli. E ci ha dato la vita con immensa gioia. Lo sappiamo.

Ora tutti noi dobbiamo custodirlo e proteggerlo come meglio possiamo.

Sono passati mesi feroci. Con la morte dei propri cari bisogna conviverci, sennò ti ammazza.

Pare che il dottor X si sia fatto, negli anni, una fama “straordinaria” e tutta meritata.

Così ho sentito dire.

Ma siamo italiani.

Nessuno fiata, nessuno protesta. Fra di noi diciamo le peggio cose, ma mai che ci i…….. Mai.

Servirebbe? Forse no. Ma non varrebbe almeno la pena tentare?

P.S.: Non avrebbe senso mettere qui nome e cognome del dottor X. Ci penserà l’esposto che abbiamo preparato. Tuttavia, il problema di come stare vicini agli anziani, di come proteggerli… loro che sono indifesi come bambini, non riguarda solo il dottor X, ma è quantomeno generalizzato. Per tanti motivi.

Sarebbe bello che si avesse un poco di cura per chi se ne sta andando, anche se vecchio. Anzi proprio per quello. Una vita anziana non vale meno di un’altra vita. Merita lo stesso, identico amore.

A Dio piacendo, moltissimi di noi moriranno da anziani”.

In serata la risposta dell’ospedale Sirai. “La direzione di area e di presidio non ha ricevuto alcuna comunicazione scritta o verbale circa la situazione (peraltro le info sono incomplete) descritta nel post. I cittadini, i pazienti, i parenti che in qualsiasi modo si sentano lesi o ritengano di non aver ricevuto assistenza adeguata possono presentare un reclamo o qualsiasi altra richiesta  alla direzione di presidio o all’Urp della Assl che provvedono tempestivamente a verificare attraverso un’indagine interna e fornire risposte adeguate, pertanto in questa fase la direzione di area ritiene di non poter fornire alcun riscontro”.

 


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