A Cagliari muore il “tempio” dance dell’Open Gate: “Nel 2000 niente privè o tavoli, era vera discoteca”

Al posto della discoteca arriva una rivendita di gomme, si “spegne” per sempre il divertimento in via Venturi. Il ricordo dell’organizzatore Francesco Restivo: “Le ragazze entravano gratis anche in prima serata, anche così si faceva la ‘guerra’ alle altre serate nelle altre disco. L’ingresso nel 2002 costava cinque euro, gli ‘inviti’ erano molto fantasiosi, come opere d’arte. Penso che la scomparsa dell’Open Gate dispiaccia anche al suo ‘papà’, signor Angelo”. E voi, che ricordi avete legati all’Open Gate? Scriveteceli!

L’invito? Indispensabile per entrare, senza il “pezzo di carta” si restava fuori da uno dei “templi” delle serate danzanti degli anni Ottanta, Novanta e Duemila a Cagliari, l’Open Gate. Cinque euro il costo dell’ingresso nel 2002, il cambio lira-euro perfettamente rispettato: “Sino alla stagione precedente si pagavano diecimila lire”. Francesco Restivo, oggi, ha 42 anni, lavora alla Portovesme ed è padre. Ne aveva venti e passa di meno quando, nel 1999, fonda la Chon Promotion, organizzazione che gestirà, “insieme a Gemiliano Saba, Gianluca Mascia e Stefano Oppus”, per i successivi quattro anni, tutti i sabati dell’Open. Prima serata alle 20:30, seconda alle 00:30. Tempi da rispettare alla perfezione, chi entrava al calar del sole aveva anche 16 e 17 anni, chi sceglieva di tirare sino all’alba non meno di trenta: “L’idea vincente, all’epoca, è stata quella di non far pagare l’ingresso, nemmeno in prima serata, alle ragazze. La ‘guerra’ con le altre discoteche era molto intensa, tutti cercavano di riempire le piste. C’erano il Varadero, il Charlie, l’Hangar, l’Officina Autorizzata, l’ex Bounty, ma noi ci siamo sempre difesi bene, facendo una media di 450 persone a serata”, ricorda Restivo. Che inizia a organizzare nell’ormai ex discoteca di via Venturi “per una scommessa. Ero già allenatore alla Virtus Cagliari, il bacino principale di ragazzi e ragazze che venivano a ballare erano i miei allievi. Le mamme delle ragazzine mi dicevano che mandavano le loro figlie a ballare, in tutta tranquillità, proprio perché c’ero anche io tra gli organizzatori”.
L’Open Gate, nei fatti, non c’è più. Tempo qualche mese e, sulle ceneri della discoteca, sorgerà una rivendita di pneumatici per automobili. E il fiume di ricordi si ingrossa senza fatica: “La selezione all’ingresso era giusta e doverosa, qualche ragazzo arrivava già ubriaco o con l’intenzione di disturbare, bisognava fare una scrematura. Dentro si ballava e si beveva, in quattro anni ricordo solo una piccola rissa, forse creata ad arte da qualche concorrente, ma la verità non si è mai saputa”, afferma Restivo. “Non c’erano privè, nemmeno tavolini riservati. Si andava in discoteca per divertirsi, non per mettersi in vetrina. Se non fosse stato per i tanti ‘galoppini’ non ce l’avrei mai fatta, per ogni persona che facevano entrare guadagnavano un euro”. Oggi l’Open Gate non c’è più, e la tristezza è tanta: “Già da anni è cambiato il modo di divertirsi, in giro resistono ancora poche serate di un certo tipo”. Ma nulla neanche lontanamente paragonabile ai tempi dell’Open Gate: “Hanno suonato dj del calibro di Marco Olandru e Fabrizio Leoni. Nel 2001 era pure venuto a mettere i dischi Fargetta, in quell’occasione avevamo riempito la discoteca dentro e fuori, con ben millecinquecento persone”. Tempi lontani, bei ricordi che non torneranno più. Vent’anni fa il “must” erano i drink di vodka alla fragola e l’ultima hit dance di Kim Lucas “All I really want”. Ma il tempo, inesorabilmente, è passato. E oggi le “mode”, soprattutto quelle musicali, viaggiano su binari ben distanti da quelli della musica da discoteca.


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