Cagliari, medici e pediatri stremati: “Un flop lo stop all’intramoenia, troppi pazienti e addio ferie”

Visite più rapide negli ospedali? No, chi ha bisogno di cure non trova il dottore che preferisce e torna a bussare negli studi dei medici di famiglia. Giovanni Barroccu: “Carichi di lavoro paurosi, altro che vacanze. Sono pronto a mostrare le mie buste paga, se mi restano 1500 euro al mese è un miracolo”. Paolo Zandara: “Situazione drammatica, l’intramoenia abbreviava i tempi. Molti colleghi preferiscono prendere 80 euro all’ora nei centri vaccinali: è chiaro che stanno privatizzando la sanità”

Lo stop alle visite in intramoenia, nei reparti dove le liste d’attesa sono più lunghe, avrebbe dovuto avere l’effetto di abbatterle. A poco più di un mese dal diktat dell’assessore regionale della Sanità, Mario Nieddu, la situazione non sembra essere certo rosea. E a dirlo non sono avversari politici, ma gli stessi medici di famiglia e pediatri, che hanno i loro studi ben distanti dagli ospedali, e che vivono sulla loro pelle un boom continuo di richieste di aiuti da parte dei pazienti tra consulenze, visite e prescrizioni. E, in pieno agosto, le ferie per loro sono un miraggio con la M maiuscola. I racconti, tra chi cura gli adulti e chi i bambini, coincidono in una maniera tanto netta quanto preoccupante. Giovanni Barroccu, 70 anni, medico di famiglia e segretario regionale della Fimmg, snocciola numeri catastrofici: “Il carico di lavoro, da quando c’è il Covid e ancora oggi, è aumentato del 60-70 per cento. Tutti i problemi ricadono su di noi perchè c’è una ridottissima attività ospedaliera e specialistica. C’è anche la nuova ondata di Omicron, gli ospedali hanno un sistema di azione molto rallentato, è un andazzo continuo”, esordisce.
“Lo stop all’intramoenia è stato un flop, almeno per noi medici di famiglia. Dalle prescrizioni di farmaci ai certificati di malattia o di positività, dobbiamo fare tutto noi. Se in un ospedale, al paziente, viene dato un foglio con la prescrizione di terminati farmaci e tutto finisce lì, è chiaro che poi tornerà nel mio studio. Abbiamo un aggravio del carico di lavoro che rappresenta, anche, una contravvenzione alle disposizioni di legge. Difficile trovare qualcuno che ci sostituisca, non riusciamo nemmeno ad andare in ferie. I colleghi giovani non trovano questo lavoro economicamente appetibile, non lavorano per un netto di 800-1000 euro al mese perchè devono pagarsi affitto dello studio, luce, telefono e stampante. Sono disposto a mostrare le mie buste paga, al netto di 5mila euro mensili, se riescono a rimanermene 1500 è un miracolo. E non sono certo un nababbo che naviga nell’oro, magari fosse così”.
Sul versante dei pediatri parla Paolo Zandara, pediatra e segretario del Sispe: “Viviamo lo stesso dramma dei medici di famiglia. Il blocco dell’intramoenia non è servito, almeno prima i tempi erano più corti. Troppi pediatri in procinto di pensionarsi e quelli giovani che sanno già che li attende una folle burocrazia completano il quadro. Le mamme e i papà, prima, potevano avvicinarsi negli ospedali e ottenere gli esami anche senza pagare il ticket”, afferma Zandara. “ora tornano da noi, i pochi pediatri rimasti. A Guasila non ce n’è più nemmeno uno, a Carloforte idem, a Portoscuso siamo riusciti ad averne qualcuno modificando il contratto. Uno, addirittura, ha preferito andare a lavorare in ospedale. I nostri stipendi sono fermi da anni, se un pediatra in un piccolo paese segue 300 o 400 bambini a uno stipendio lordo mensile di cinquemila euro, dai quali deve togliere l’affitto dell’ambulatorio e della casa. A quel punto non gli conviene. I tempi di attesa negli ospedali non si sono accorciati, tranne rari casi. Io stesso ho difficoltà ad andare in ferie, trovare sostituti è impossibile e i colleghi preferiscono lavorare nelle Usca o nei centri vaccinali, con paghe tra i settanta e gli 80 euro all’ora. Evidentemente, le risorse messe in campo dall’assessore Nieddu sono insufficienti, servono altri incentivi. Così si sta solo spingendo alla privatizzazione, distruggendo il servizio della sanità pubblica. In futuro ci saranno sempre più cooperative di medici che non saranno obbligati ad avere certi titoli”, prevede il numero uno della Sispe, “se uno sfrutta questo metodo, o quello di essere un medico in affitto, può fare di tutti e di più anche senza specializzazione e, addirittura, guadagna di più rispetto a un medico strutturato”.


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