La biografia romanzata di Bernardino Dadea, grande sardo dimenticato

Il cardiologo Massimo Dadea firma un romanzo elegante e malinconico, omaggio al trisavolo omeopata che, nemico della Chiesa oscurantista, alle elezioni del 1860 fu candidato alla Camera dei deputati. Di Giulio Neri

Dopo l’esperienza del pamphlet con “La febbre del fare” e “La maledizione libertaria”, il cardiologo Massimo Dadea approda alla narrativa con la biografia romanzata di un trisavolo tempiese, Bernardino Dadea, pioniere dell’omeopatia in Italia e patriota costretto all’esilio. Il romanzo, pubblicato da Il Maestrale, si avvale di un’accurata ambientazione storica e, soprattutto nella prima parte, offre uno spaccato realistico della politica sarda all’indomani dello statuto albertino: nella tensione fra il gruppo dei democratici e quello degli oscurantisti, riverbera la generale arretratezza dell’Isola, in cui la Chiesa spadroneggiava (tremendo il Vescovo Capece) e i pochi oppositori subivano continue intimidazioni e minacce.

La società patriarcale dell’Ottocento, e il severo contegno che governa la famiglia, sono il punto di partenza di Bernardino, lu fiddolu di lu taddapetri. Suo padre, infatti, dopo anni di gavetta come tagliapietre e aiuto-scalpellino, gestiva alcune cave e confidava nell’unico figlio per un riscatto culturale suggellato, magari, dalla laurea. Tutta la giovinezza di quello che diverrà l’Omeopata è dunque segnata dall’impegno spasmodico a completare gli studi, con il trasferimento a Cagliari per frequentare la facoltà di medicina e una struggente nostalgia di casa che, tuttavia, non gli impedirà di tener fede alla promessa fatta al padre.

Proprio nel capoluogo, Bernardino Dadea conoscerà Giorgio Asproni e Giovanni Battista Tuveri, e si appassionerà alla causa dell’Unità d’Italia incentrata sui temi della giustizia e di un’istruzione di stato, laica, strappata finalmente al monopolio dei gesuiti. Un fervore patriottico di cui giungerà notizia anche a Tempio e che, per conseguenza, imporrà a lu dottori «senzadio» di lasciare la Sardegna «di notte, come un ladro».

È in esilio che il medico approfondisce la conoscenza del metodo omeopatico e costruisce una straordinaria carriera internazionale. Gli ostacoli che aveva dovuto affrontare per la realizzazione dell’ideale unitario, si spostano adesso sulla via della nuova scienza, talvolta perfino derisa dalla medicina ufficiale; ma anche qui, sebbene a carissimo prezzo, prevarranno l’intima convinzione e la tenacia di Bernardino.

Senza mai sconfinare nell’agiografia, e con una sapiente mescolanza di lavoro d’archivio e integrazione romanzesca, Massimo Dadea ricostruisce una vicenda umana controversa, tra coscienza politica, narcisismo, affermazione di sé e radicale coerenza scientifica. Il suo trisavolo non è stato un eroe, ma un uomo d’altissimi ideali che ha avuto il coraggio di inoltrarsi in un mondo inesplorato, e di viverci, sopportando il giudizio dei suoi cari, il senso di colpa per averli abbandonati, e la drammatica solitudine che ne è venuta. Perciò, a leggere “L’omeopata”, vien da pensare che questo libro Bernardino Dadea se lo sia meritato; anzi, di più, che gli fosse dovuto.