Al Ghetto di Cagliari inaugura Effetto farfalla: 30 artisti per l’emergenza clima e ambiente

 Effetto farfalla è il titolo della nuova mostra che sarà ospitata nelle sale del Centro comunale d’arte Il Ghetto a partire dal prossimo 31 gennaio

“Può un batter di d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?” Il fisico Edward Lorenz nel 1979 ipotizzò l’Effetto Farfalla sottolineando come nei sistemi biologici esistano elementi apparentemente insignificanti che interagendo tra loro sono in grado di intensificarsi innescando processi a catena e provocando effetti catastrofici. Pertanto una variazione insignificante come il battito d’ali di una farfalla può determinare uno stravolgimento e causare un evento devastante.

 Effetto farfalla è il titolo della nuova mostra che sarà ospitata nelle sale del Centro comunale d’arte Il Ghetto a partire dal prossimo 31 gennaio. Ideato e curato da Roberta Vanali e realizzato in collaborazione con il Consorzio Camù in ATI con Associazione Orientare, il progetto espositivo muove dal concetto di effetto farfalla, metafora della Teoria delle Catastrofi ipotizzata dal matematico francese Renè Thom negli anni ’50 e ’60,  secondo cui anche piccole variazioni nelle condizioni iniziali possono produrre grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. La mostra è patrocinata dal Comune di Cagliari.

Muovendo da queste premesse 30 artisti sono stati invitati a riflettere su cause ed effetti dei cambiamenti climatici – per cui emissioni di gas serra e attività umane sono i responsabili del riscaldamento globale, secondo il V Rapporto dell’I.P.C.C. (Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici) che, se non gestiti, produrranno conseguenze irreversibili su persone ed ecosistemi. Stiamo infatti assistendo ad una serie di trasformazioni radicali della vita sul Pianeta: ghiacciai che irrimediabilmente si sciolgono provocando l’innalzamento del livello delle acque che, se non arginato, entro il 2050 sommergerà almeno una volta l’anno 300 milioni di persone che vivono in aree costiere; ondate di calore innaturali ed eventi meteorologici che a livello europeo, in assenza di soluzioni immediate, potrebbero provocare circa 200.000 morti all’anno entro la fine del secolo, secondo un’indagine di Climate Central.

 

Alla luce di un ecosistema già gravemente compromesso dalle attività umane e di una enorme disinformazione in merito, oltre alla presa di coscienza che l’Italia è l’unico paese senza un piano di adattamento al clima, il Progetto Effetto Farfalla si pone come una riflessione urgente sugli impatti negativi prodotti dai cambiamenti climatici, sugli eventi catastrofici che avranno ripercussioni sugli ecosistemi, sulle risorse naturali, sull’economia e sulla salute.

 

LE OPERE. È un dittico che rappresenta lo scioglimento dei ghiacciai, come conseguenza del surriscaldamento globale che porterà all’estinzione di numerose specie animali, oltre all’acidificazione dei mari e all’innalzamento delle acque, l’opera di Federico Crisa, motivo di riflessione, quest’ultimo che ha coinvolto anche Stefano Cozzolino fautore di un’inquietante onda anomala pronta a sommergere tutto ciò che troverà nel suo percorso. Anche Davide Volponi muove dai ghiacciai del Polo Nord per costruire uno scenario surreale irreparabilmente modificato e snaturato, rappresentato in maniera ironica quanto drammatica da un iceberg che assume la forma di un ananas e come tale brandizzato e venduto in bancarella.

E se Monica Lugas s’interroga sull’impatto che può avere l’azione dell’artista sul clima dal momento che utilizza risorse come materiali cavati dalle montagne o tagliati dalle foreste, Ruben Mureddu immagina una famiglia medio-borghese della società occidentale disinteressata davanti a un desolato scenario disboscato, ormai privo di qualsiasi forma di vita.

Di kafkiana memoria è l’opera di Paola Corrias che riflette sulla capacità dell’uomo di adattarsi ai cambiamenti climatici, mutando pelle giorno dopo giorno fino a trasformarsi in un sinistro insetto. Stesso discorso per Stefano Bosis che dà vita a figure umane strutturalmente modificate, deformate e amalgamate con lo spazio circostante, poiché l’uomo è parte integrante della natura e in quanto tale subisce le alterazioni dell’ambiente. Concetto non lontano dall’opera di Silvia Mei dove acqua e cielo di color rosso sono il risultato della contaminazione radioattiva, causato dalle basi Nato, che si unisce ai veleni del polo industriale del Sulcis. Sempre in tema di veleni è Gas flaming, uno dei maggiori responsabili delle emissioni di CO2 nell’atmosfera che dà il nome all’opera di Marcello Mantegazza, cane a tre zampe dell’Eni, la cui fiamma, incarnata da formule chimiche, è proprio quella del gas in questione. Anche ad Alberto Marci interessa la metafora del cambiamento condizionato da un fattore esterno che in questo frangente è l’utilizzo del ghiaccio per imprimere un’impronta sulla superficie dell’opera, così come per Roberto Falchi che, facendo suo il concetto di Effetto Farfalla, sostiene come ogni piccola alterazione possa far crollare ogni certezza acquisita.

Metafora della condizione della futura generazione, l’imponente fotografia di Cristian Castelnuovo è ripresa in una delle baraccopoli indiane più grandi al mondo dove bambini abbandonati ne setacciano la discarica alla ricerca di materiali da rivendere per guadagnarsi un misero pasto. Al surriscaldamento globale si riferisco, invece, Stefano Serusi, con i termometri ambientali che mutano a seconda della temperatura del contesto in cui si trovano, Raffaele Quida che inserisce carta termica tra le mura di cantieri abbandonati su cui agenti atmosferici e detriti hanno lasciato un’impronta visibile solo ad uno sguardo attento. E Michela Cinus con un progetto di azione partecipata per dimostrare come l’alta temperatura favorisca la nascita di tartarughe femmine determinando gravi disequilibri. Mentre Alice Padovani e Sabrina Oppo, la prima con un favo e un nido di vespe e la seconda con crisalidi e farfalle, mettono in evidenza quanto siano importanti i loro apporti per l’umanità pertanto li presentano come gioielli da preservare ed esibire.

Sono carotaggi, ovvero porzioni di terra, dei luoghi più inquinati che si accostano a quelli delle zone più incontaminate a farla da protagonisti nella doppia opera di Alessandro Lobino che, in questo frangente, con un lavoro da geologo, contrappone zone estreme della terra. E per contrapposizione lavora anche Luca Poerio nel surreale collage che da una parte vede una natura rigogliosa in posizione di allerta per il suo imminente cambiamento, dall’altra l’effetto del mutamento sotto lo sguardo indifferente del capitalismo. Stesso discorso per Leonardo Boscani e i suoi poster tratti da collage su Moleskine, che provengono da riviste anni Cinquanta, riflessione sulla politica attuale tra complotti, congiure e paure nell’ambito dell’emergenza ambientale.

La natura di Antonio Bardino esplode rigogliosa ma anche caotica e con specie che appartengono a zone equatoriali così come quella di Marco Pautasso, dai colori acidi e innaturali, per riprendersi gli spazi che gli sono stati negati dall’uomo così come avviene nell’installazione di Ermenegildo Atzori che accosta un piccolo leccio ad un teschio nell’attesa che la scultura venga inglobata e fagocitata.

Termine gergale utilizzato dai Millennials contro la generazione nata all’epoca del boom economico, Ok Boomer di Chiara Segnene diventa simbolo dello scontro generazionale che ha il suo fulcro nell’emergenza climatica e ambientale. Quella stessa generazione citata da Elisa Desortes nel suo trittico dove appare palese il ciclo mortale che i rifiuti compiono a causa del disinteresse diffuso. E se Josephine Sassu restituisce una visione autobiografica ponendosi il problema di quanto possano nuocere le piccole azioni che compiamo nel quotidiano, Enrico Robusti riflette sull’incapacità umana di sfuggire alla propria sorte. Obbligata dal potere, strumentalizzata e asservita, e soprattutto incravattata al proprio inevitabile destino.

Si rifanno al mito le opere di Massimiliano Usai, con una novella Andromeda abbandonata su una spiaggia apocalittica in balìa del disastro ambientale, e Andrea Forges Davanzati e Pierluigi Dessì uniti nel nome di Icaro, simbolo dell’autodistruzione a cui l’umanità sta andando incontro. Stesso concetto preso in esame da Bachis attraverso una pittura simbolista al limite del surreale che delinea un’umanità chiusa nelle sue certezze, che si muove in bilico tra equilibri mutevoli, favorendo un destino infausto, poiché, per citare Hubert Reeves: “L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.”