Agonia, tremenda agonia

L’analisi dell’ennesima sconfitta del Cagliari, sul campo del Genoa

Una lenta e dolorosa agonia che porta all’inferno. Così si preannuncia essere il finale di campionato del Cagliari. E se la sfortuna si unisce al crollo verticale di una squadra priva di una struttura solida, allora non c’è davvero più nulla da fare.

Ieri a Genova l’inizio pareva essere di buon auspicio, ma il palo di Rossettini, il successivo di Ceppitelli e la traversa di M’Poku hanno fatto capire ai sardi che quest’anno il copione è già scritto, e non si può tentare di cambiarlo.

Poi il buio, intervallato solo da qualche occasione neutralizzata da un Lamanna in giornata di grazia, la consapevolezza di aver dato tutto nei primi venti minuti di gioco e di non essere riusciti a concretizzare, per l’ennesima volta, e il Genoa ha cominciato a prendere coraggio, chiudendo il discorso nel primo quarto d’ora della ripresa con Niang e Falque.

Intanto, Daniele Conti assisteva alla gara per l’ennesima volta dalla panchina. Probabilmente proprio lui avrebbe in questo drammatico momento potuto rimettere sulla retta via una squadra che ha perduto la bussola. Contro il Napoli si riprenderà la fascia di capitano, complice l’assenza di Crisetig, ma sarà (forse) troppo tardi.

Parlare dei limiti tecnici, dello squilibrio di una squadra troppo votata all’attacco, della scarsa condizione fisica non porterebbe a niente. Il Cagliari dovrebbe piuttosto prendere esempio da chi indossa una maglia gialloblù e fa ingresso sul terreno di gioco dando tutto se stesso, seppur consapevole di non avere uno stipendio. Così si può riuscire anche a sconfiggere la capolista del campionato.

E la società? Tommaso Giulini è distante, quando invece dovrebbe dimostrare massima vicinanza ad una squadra in preda alle insicurezze e alle “vertigini” che la stanno facendo sprofondare verso la serie cadetta. Perché dai, non giriamoci intorno, seguire all’infinito lo slogan #crediAmoci, prima o poi, provoca un tremendo mal di testa.

 

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