“A Cagliari potete lavorare come parrucchiere”, poi l’inferno dei riti voodoo e la prostituzione: così i nigeriani hanno schiavizzato 50 donne

Il miraggio del lavoro e poi, invece, schiavitù e minacce. I nigeriani arrestati dai finanzieri hanno tenuto sotto scacco decine di loro connazionali, riuscendo a intascare più di 4 milioni di euro, soldi spediti in Nigeria nascondendoli, anche, dentro sacchi di farina o detersivi. Le indagini partite grazie alla denuncia fatta da una delle ragazze. Il colonnello Capriello: “Vivevano tutti in abitazioni anguste, la violenza era psicologica perchè, con i riti voodoo, le donne temevano che sarebbe successo qualcosa di brutto ai loro parenti rimasti in Nigeria

Il lavoro? “Sì, qui c’è, puoi fare la parrucchiera”. O altri lavori, non certo per ricoprirsi d’oro ma, sicuramente, per poter fare una vita migliore a tantissimi chilometri di distanza da casa. È iniziata così, sin dal 2016, la trappola ordita da un gruppo di nigeriani – decine di arrestati in varie città italiane, dieci tra Cagliari, Quartu, Quartucciu, Assemini, Iglesias e Olbia – nei confronti di alcune loro connazionali. Cinquanta, in totale, le ragazze cadute nel tranello. Dopo essersi pagate il viaggio della speranza, partendo da Benin City e passando per la Libia, al loro arrivo in Sardegna la loro vita cambiava, sì, ma in peggio. Minacciate con riti voodoo e costrette, per ripagare i debiti legati al costo del viaggio, a prostituirsi o a chiedere l’elemosina. L’alternativa? “Guai per i loro parenti, vista la credenza dei nigeriani nei riti voodoo”, spiega il colonnello della Guardia di Finanza di Cagliari, Vittorio Capriello, che ha condotto le lunghe indagini che hanno portato a smantellare (oltre che nel Cagliaritano e a Olbia anche ad Alessandria, Brescia, Castel Volturno, Catania, Padova, Ravenna, Roma, Torino, Cuneo, Venezia e Verona) un’organizzazione criminale, costituita da nigeriani, accusati di riciclaggio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, tratta di persone, riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione. Le vittime erano controllate ogni momento dalle “madame” e dai “sister o brother”, loro connazionali che, ogni mese, facevano pagare a ogni donna 150 euro per l’affitto delle “postazioni di lavoro” dove o si prostituivano o chiedevano la carità. “Gli arrestati hanno tra i 30 e i sessant’anni, le donne finite in schiavitù sono tutte giovani. A Cagliari vivevano nel rione di San Michele, in appartamenti angusti”. Niente sfarzo per gli sfruttatori, tutti i soldi incassati venivano spediti in Nigeria: 11,3 milioni di euro, contando tutte le regioni coinvolte, arrivati nel centro dell’Africa tramite ricariche Postepay o vaglia online, grazie anche all’aiuto di 48 “spalloni” abituati a compiere viaggi aerei con, addosso, somme inferiori ai diecimila euro. Denari che, in Nigeria, venivano utilizzati per affari di tipo immobiliare e, forse, anche per altre attività non propriamente regolari, anche se su quest’ultimo punto non ci sono ancora riscontri ufficiali.
“È stata una delle ragazze sfruttate a far partire le indagini, aveva denunciato ciò che stavano vivendo lei e altre nigeriane”, spiega Capriello. “Solo dalla Sardegna, verso la Nigeria, sono stati spediti poco più di 4 milioni di euro, anche nascosti dentro sacchi di farina”. O dentro fustini di detersivo, come mostra il filmato diramato dai finanzieri. L’operazione, con 122 persone finite nei guai, si è svolta dopo le indagini preliminari svolte dalla direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo della procura di Cagliari, i finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria del capoluogo sardo e del servizio centrale investigativo criminalit organizzata, il Scico. “L’ultimo corriere dei soldi l’abbiamo bloccato da poco all’aeroporto di Fiumicino, aveva i soldi nascosti in una valigia”. Le indagini dei finanzieri, ovviamente, vanno avanti: bisogna capire se è stata smantellata l’intera organizzazione criminale o se ci siano ancora nigeriani in azione.


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